“Non posso, vai su www…!”

Nell’ultima pubblicità di una nota marca di assorbenti, si susseguono una serie di vignette in cui delle adolescenti porgono domande ‘scomode’, rispetto alla sessualità, alle loro madri. Queste ultime, con evidente imbarazzo, eludono i quesiti, delegando l’acquisizione d’informazioni al sito della marca d’assorbenti stesso. Lo spot suscita una spontanea simpatia. Tuttavia, se analizziamo il messaggio implicitamente pilotato, quanto viene affermato è che del sesso in famiglia non si parla e non si può parlare e che la ricerca d’informazioni online possa sostituirsi alla relazione e vicariare l’educazione genitoriale.

Rispondere a quesiti sulla sessualità, specialmente se l’interrogativo è posto dai figli ai propri genitori, può essere difficoltoso; ma è necessario non evadere questo importante compito educativo! Un genitore che si trovi spiazzato da una domanda ‘scomoda’, a cui non si sente in grado, sul momento, di rispondere in modo appropriato, può decidere di rimandare la risposta ad un secondo momento; ma mai dovrebbe trasmettere al figlio che di sessualità non si può parlare, che sia una cosa sporca, un argomento tabù! Mai! Neppure con i gesti! Il motivo di tale divieto è di semplice spiegazione: i figli seguono l’esempio dei genitori; dunque la loro condotta, vale molto più delle parole. Ciò avviene fin dai primi momenti di vita, come ci insegnano le teorie su imprinting (Lorenz, 1937) ed attaccamento (Bowlby, 1989); quindi, la comunicazione primaria (neonato-adulto) passa dalla corporeità: l’emozione passa da questa ed il processo, se validato, ovvero se si crea un canale di comunicazione empatica, continua per tutta la vita e non solo col genitore, ma col gruppo dei pari, il partner, ecc..

Dal momento in cui un genitore trasmette empaticamente reticenza, il figlio entra in risonanza, come la cassa armonica d’uno strumento musicale e prova il medesimo disagio e vergogna. Cosa abbiamo comunicato a nostro figlio? Che deve vergognarsi d’esser curioso, deve vergognarsi della sessualità e d’aver tentato di comunicare aspetti della propria intimità: un vissuto niente affatto costruttivo! In secondo luogo, lo spot invita a rimandare l’educazione alla consultazione sterile di una serie di domande e risposte su un forum. E la relazione? Chi è l’educatore e perché è indispensabile la sua presenza fisica? Educare viene dal latino ed è composto dalla particella ‘e’: da, di, fuori e ‘ducere’: condurre, trarre; significa dunque “aiutare con opportuna disciplina a mettere in atto, a svolgere le buone inclinazioni dell’animo e le potenze della mente, e a combattere le inclinazioni non buone; allevare; istruire”.

L’educatore conduce, guida l’educando alla conoscenza, con la dottrina e con l’esempio e perché sia d’esempio ne è indispensabile la presenza fisica. “Parlare della relazione educativa non significa analizzare semplicemente un aspetto dell’educazione, ma affrontare il cuore dell’educazione stessa come esperienza umana che accade tra persone e, quindi, è incontro che si realizza nel rapporto interpersonale dei soggetti coinvolti, soggetti storici che subiscono i condizionamenti biologici, sociali e culturali dell’ambiente di cui fanno parte. […] Inoltre la relazione è costitutiva dell’essere persona e rappresenta lo strumento privilegiato del fare educazione; è per suo tramite che ciascuno dei soggetti implicati si arricchisce dell’altro e si apre al senso dell’esistenza […].

La famiglia svolge un ruolo indiscusso sulla formazione della personalità del soggetto poiché, dalle esperienze affettive vissute in famiglia e dai modelli educativi ricevuti, dipendono identità e socializzazione, acquisizione dei valori e modalità di interpretazione del mondo circostante. Nello spazio domestico lo stile educativo e il clima relazionale creano o negano la cura autentica.” (Lipani, 2015). È, dunque, di fondamentale importanza far sì che i figli si sentano accolti, nei dubbi che caratterizzano l’esistenza d’ognuno, specialmente se in crescita e sostenuti nel processo d’acquisizione delle conoscenze e dello ‘stare in relazione’. È un compito gravoso, per il genitore, ma indispensabile; perché la responsabilità di cui i ragazzi sentiranno di potersi far carico è direttamente proporzionale a quella che leggeranno nei suoi occhi.

A cura della tirocinante: Tjuana Foffo

Tutor: Davide Silvestri

BIBLIOGRAFIA

– Bowlby J. (1989), Una base sicura: applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Cortina libreria, Milano.

– Lipani S., Strategie, metodi e finalità nella relazione educativa, in Scienze e Ricerche n. 6, aprile 2015, pp. 36-41. – Lorenz K. (1937), Imprinting. Auk, 54(1), 245-273.

SITOGRAFIA

– http://www.etimo.it/?cmd=id&id=5934&md=bdf7ab81af5a061b4ff8fabd2ea3b55e

– http://www.scienze-ricerche.it/?p=360

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