Omosessualità in carcere tra omertà e coercizione

Già Freud nei suoi “Tre saggi sulla teoria sessuale” parlava di una omosessualità opportunistica o momentanea dovuta alla sola presenza di persone di genere maschile in determinate condizioni, e di fatto è quello che spesso succede nelle carceri o in certi ambienti militari in assenza di persone del sesso opposto. Il “ripiego” su rapporti omosessuali più o meno manifesti, più o meno accettati, è un fatto certo. Ovviamente non è detto che tutti i carcerati siano dediti all’omosessualità dato che la masturbazione è comunque una pratica compensativa in questi casi – anche se la privacy è quasi sempre bandita in questi ambienti con tutte le problematiche che ne derivano – ma sicuramente una parte della sessualità come contatto con l’altro è una necessità che in molti prima o poi trova sfogo in esperienze omoerotiche. L’esempio delle carceri è forse il più evidente ed estremo, dato che i detenuti, a parte alcune visite sporadiche delle relative partner, non possono godere del rapporto con l’altro sesso vivendo una realtà decisamente restrittiva.

Tuttavia la sessualità nelle carceri è anche un esercizio di potere, attraverso la forza fisica e la coercizione attuate nel luogo “coercitivo” per eccellenza. Essa può arrivare anche a regolare i complessi rapporti che si instaurano tra detenuti e a volte anche con le guardie. Sono purtroppo noti molti reportage girati in segreto su violenze e stupri protratti sia dai detenuti che dalle guardie penitenziarie a scapito di altri detenuti. Scrive Mattia Morretta: “È innegabile che i sistemi giudiziario, poliziesco e militare siano intrisi (loro malgrado?!) di connotazioni sessuali proprio in virtù della erotizzazione sadomasochistica della logica del dominio.” La tematica è molto scottante perché al tema dell’omosessualità, che già di per sé non è ancora vissuto con totale tranquillità dalla massa, si associa lo stigma sociale del carcerato, per cui ignominia si associa ad ignominia (purtroppo ancora siamo a questi livelli) e soprattutto quello che succede tra quelle mura per il resto del mondo non esiste. Fa comodo a tutti non parlarne, anche perché è un argomento scomodo e ingestibile sotto tutti i punti di vista.

L’istinto sessuale che, privo di altre mete disponibili, si deve rivolgere necessariamente allo stesso sesso non può far diventare omosessuale chi non lo è, può però stimolare una parte della sessualità dell’individuo che in condizioni di normalità rimane sopita. L’essere umano ha grandi capacità di adattamento e di coping (modalità di superare le difficoltà attraverso una rielaborazione cognitiva efficace) tuttavia è proprio l’associazione con la violenza a creare dei traumi che potrebbero lasciare un segno importante sulla persona. Lo stesso Morretta in un suo articolo afferma come i rapporti di potere tra maschi già dall’antichità si sono spesso caricati di significati erotizzati. Inoltre in molte realtà esclusivamente maschili, come gli ambienti militari, essi si manifestano o vengono sublimati attraverso rapporti cameratistici o attraverso l’amicizia, ma in una situazione di libera scelta questa rientra in un’esperienza di vita perfettamente integrata. Una sessualità obbligata e forzata verso un oggetto sessuale non naturale per il soggetto, intrisa ora di violenza, ora di vergogna (non considerando oltretutto i problemi igienici e di salute) rischia di lasciare un segno profondo sulla persona che una volta uscita dal carcere potrebbe avere delle gravi ripercussioni psicofisiche. Queste sono infatti esperienze che dovranno essere integrate e metabolizzate attraverso un percorso di aiuto psicologico laddove necessario, per non parlare dell’urgente necessità di modificare molte delle strutture e delle “prassi” all’interno delle carceri stesse, dove vige una tale omertà su questi temi che è difficile, per non dire impossibile, capire come stanno le cose. Non si deve dimenticare che nella nostra cultura maschilista e profondamente sessista il carcerato generalmente rischia di soffrire della dissonanza cognitiva nel fare qualcosa che di solito disprezza e biasima. Ida Magli nel suo libro “La sessualità maschile” (1989), parlando del ruolo della donna come mero oggetto di scambio tra maschi, in una dinamica inconsciamente omosessuale di tutta la cultura del potere maschilista occidentale, spiega proprio come l’omosessualità venga aborrita proprio perché sovrapponibile alla femminilità ovvero alla rinuncia del maschio, foriero del pene, al suo ruolo di potere ceduto alla passività e alla cedevolezza: “Nessun maschio può essere vittima in quanto detentore del pene, soggetto e non oggetto, nello scambio. Il sovrapporsi dell’immagine femminile come vittima a quella del possesso sessuale appare per esempio, con chiarezza, nel disprezzo che accompagna di solito l’omosessualità maschile passiva. Il maschio che subisce l’atto sessuale da parte di un altro maschio, non soltanto assume un’immagine femminile, ma anche la “sacrificalità” di questa immagine, il suo essere vittima, e diventa quindi strumento ed oggetto, non soggetto dell’azione, cosa incompatibile con la virilità, con il possesso del pene”.

 

Tirocinante: Giorgio Carducci

Tutor: Fabiana Salucci

 

BIBLIOGRAFIA

Darcleight D., Colpevoli di omicidio. La vita dentro un carcere di massima sicurezza, 2016, Marsilio, Venezia.

Freud S., Tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere di Sigmund Freud, 1986, Bollati Boringheri, Torino.

Magli I., La sessualità maschile, 1989, Mondadori, Roma.

Morretta M., Il sesso in gabbia, Fascicolo n. 80, Enciclopedia Amare, 1987, Fabbri Editori, Milano.

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