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È innegabile che ogni qual volta vengano pronunciati termini come sex work e sex workers nasca spontanea l’associazione con la prostituzione, così come quando si parla di prostituzione lo scenario che viene evocato si ricollega senza scampo allo sfruttamento e ad attività fortemente degradanti.
Soprattutto negli ultimi anni si sta lottando per far sì che questa narrazione venga rivista.

L’espressione sex work fu introdotta nel 1978 dall’attivista e femminista americana Carol Leigh: è un termine ombrello impiegato per creare un sentimento di solidarietà tra persone che svolgono lavori di natura sessuale.
Giulia Zollino, nel suo libro “Sex work is work” (2021), definisce il sex work come “qualsiasi attività che prevede un accordo commerciale esplicito tra due o più parti (chi vende e chi compra), con il quale si stabilisce una retribuzione economica (sotto forma di denaro o doni) in cambio di un servizio sessuale/erotico/romantico concordato e limitato nel tempo”.

Con sex workers non si indicano soltanto prostitute/i (per cui è comunque preferibile il termine “escort”), ma tutte le persone che lavorano tramite prestazioni di natura sessuale in modo più o meno diretto, come pornoattori/trici, spogliarelliste/i, lap dancers, webcam girls/boys.

L’impiego di questa espressione ha il principale vantaggio di permettere di intendere il sex work come una realtà coesa e di consentire in tal modo un’articolazione coerente dell’analisi delle condizioni legali.
C’è sfruttamento, nel lavoro sessuale, quando i proventi dell’attività vanno a vantaggio non di chi la esercita ma di soggetti terzi, che possono essere un protettore, un’organizzazione o una rete criminale che gestisce la tratta di persone.

Lo sfruttamento sessuale è vietato in Italia dalla Legge Merlin del 1958, che punisce “chiunque in qualsiasi modo favorisca o sfrutti la prostituzione altrui”. Il favoreggiamento comprende tutti i comportamenti che agevolano, in qualche modo, l’attività di commercio sessuale di altre persone; è invece sfruttamento quando c’è la consapevolezza e la volontà di trarre un guadagno indebito dalla prostituzione altrui.

Declinare il sex work come un lavoro consente la messa in atto di provvedimenti volti a tutelare e restituire una dignità alle lavoratrici e ai lavoratori del settore.
Analizzando i punti di vista più diffusi, possono essere distinte tre principali e diverse visioni sul lavoro sessuale:
– Da molti è considerato come un’oppressione di matrice patriarcale: questa visione appartiene alle cosiddette “abolizioniste”, secondo le quali qualsiasi forma di lavoro sessuale sarebbe espressione dell’oggettivazione della donna a vantaggio del maschio. Ma decidere e parlare per le sex workers non contribuisce forse a perpetrare lo stesso schema patriarcale che tanto si condanna?

– All’opposto il sex work viene rivendicato come forma di empowerment, capace di ribaltare la visione delle lavoratrici nel campo da vittime a soggetti capaci di autodeterminarsi.
– Infine, la visione maggiormente presente all’interno dei movimenti trans-femministi è quella di lavoro sessuale come, semplicemente, un lavoro. Questa prospettiva ha ripercussioni soprattutto sul piano pratico, poiché in quanto lavoro il sex work deve essere regolamentato e visto come una libera scelta del soggetto. Chi pratica questo tipo lavoro può mettere in atto diverse strategie di tutela, definite frontiere incorporate, al fine di separare la vita lavorativa da quella privata. In tal modo il soggetto fa fronte ai rischi emotivi legati alla professione stabilendo dei confini e adottando tecniche di distacco emotivo durante la prestazione.

Purtroppo, all’interno del mondo del sex work esiste un fenomeno dannoso e fortemente stigmatizzante definito whorarchy, dal gioco di parole tra i termini “whore” (troia) e “hierarchy” (gerarchia): esso sta a indicare quella tendenza a generare rapporti di discriminazione interni. Spesso, infatti, individui attivi in determinate aree del lavoro sessuale più “distanti” dalla clientela considerano inferiori e degradanti le attività di altre sex workers che offrono servizi “di contatto”, come escorting e pornografia. È una grave condotta che intacca fortemente il senso di coesione per cui tanto si lotta e si è lottato, creando stigma dall’interno quando l’interesse comune dovrebbe essere quello di abbattere i pregiudizi provenienti dall’esterno.

Tirocinante: Margherita Alessio
Tutor: Cristiana Sardellitti

 

Riferimenti
Zollino G., (2021), Sex work is work, Eris
Perché “sex worker” non sostituisce la parola “prostituta”
https://aninjusticemag.com/what-is-the-whorearchy-and-why-its-wrong-1efa654dcb22
https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/08861099221103856#:~:text=The%20Whorearchy%20as%20an%20Extension,service%20contact%20near%20the%20bottom.

What is Whorearchy?


https://www.parlarecivile.it/argomenti/prostituzione-e-tratta/sfruttamento.aspx

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