Perchè le donne non hanno l’estro?

La parola estro può avere molti significati. Deriva dal greco ‘oistros’, ossia l’insetto tafàno, dal morso doloroso ed indicava quindi tutti gli atti impulsivi, improvvisi (come se si fosse stati appena punti inaspettatamente), nonché le fantasie, i desideri ed i capricci…inclusi quelli sessuali. In questo senso infatti l’estro indica in biologia il periodo fertile ed il conseguente periodo di ‘calore’ di un esemplare femminile in cui è presente il ciclo estrale. Vi sono infatti due diversi possibili tipi di ovulazione nei mammiferi: a ciclo estrale ed a ciclo mestruale, con notevoli differenze (vedi nella sitografia, wikipedia: mestruazioni negli altri mammiferi).

Nelle specie a ciclo estrale, nei giorni in cui le femmine sono fertili emanano segnali chimici e comportamentali tali da indurre i maschi all’accoppiamento, spesso scatenando tra loro un’intensa competizione con combattimenti talvolta mortali; in seguito il maschio vincitore diventa dominante, impedisce agli altri maschi eventualmente sopravvissuti di avere rapporti con le femmine della tribù, che diventano così tutte parte del suo esclusivo ‘harem’, generando solo la sua prole.

La spiegazione biologico-evolutiva di questo fenomeno è che l’estro delle femmine è un meccanismo vantaggioso per la sopravvivenza della specie: richiamando i maschi nel periodo fertile si massimizzano le possibilità di una gravidanza; inoltre la competizione tra maschi favorisce la selezione naturale, facendo sì che tendenzialmente solo gli esemplari fisicamente più sani e robusti si riproducano. A quest’ultimo processo è attribuita anche la causa del cosiddetto “dimorfismo sessuale”, ossia la tendenza dei maschi, nella maggior parte delle specie mammifere, ad essere più grandi e forti rispetto alle femmine.

Tuttavia, se ciò è così vantaggioso non si spiega allora come mai nella specie umana non è presente l’estro ma vi è invece il ciclo mestruale; quest’ultimo rende la femmina fertile molto più spesso, ma allo stesso tempo fa sì che i maschi non abbiano chiare indicazioni chimiche e comportamentali sul momento di fertilità della partner; di conseguenza anche la competizione maschile e la conseguente selezione interna alla specie risultano ridotte. Qui le possibili spiegazioni scientifiche sono state e sono tuttora molte, nessuna delle quali è ancora arrivata ad essere considerata definitiva. Tra le ipotesi più accreditate vi è quella della necessità, per l’essere umano e le grandi scimmie (le uniche specie ad avere un ciclo mestruale completo), di un accudimento prolungato della prole.

La maggior parte dei cuccioli di tutte le specie infatti, mammiferi inclusi, diventa autonoma piuttosto in fretta. La madre, non più impegnata nella cura della prole, può quindi ritornare ad essere disponibile per altre gravidanze in poche settimane, tutto a vantaggio della sopravvivenza della specie. Ciò non avviene nell’uomo e nelle razze di scimmie ominidi, la cui prole viene definita ‘inetta’, ossia non dotata di istinti e mezzi naturali (corna, zanne, artigli) da poter sopravvivere senza le cure parentali, cure di cui ha necessità per anni prima di raggiungere un grado di autonomia sufficiente alla sopravvivenza . Inoltre, l’essere umano in particolare mantiene per tutta la vita caratteri fisici e psichici che gli altri mammiferi hanno solo in utero o solo da neonati, ad esempio la mancanza di pelliccia, la dentatura poco sviluppata, la dipendenza affettiva dai genitori: tutto ciò indicherebbe un perenne stato embrionale ed indeterminato della razza, chiamato in biologia ‘neotenìa’.

Gli svantaggi della neotenìa sono però compensati da facoltà uniche in tutto il regno animale: un cervello più evoluto, raggiunta l’età adulta, permette la soluzione di problemi complessi e garantisce quindi una maggiore capacità di adattamento, funzionale a sopravvivere in qualsiasi ambiente naturale, nonchè l’apprendimento di comportamenti utili in qualsiasi contesto attraverso la comunicazione (linguaggio simbolico e trasmissione della cultura di gruppo alla prole, presenti in una certa misura anche nelle grandi scimmie). Queste capacità, unite all’abilità manuale permettono possibilità praticamente infinite di sopravvivenza. In altre parole, come strategia biologica per la sopravvivenza della specie, gli ominidi sembrano contare sulle qualità psichiche e sull’abilità della prole più che sulla sua quantità e robustezza fisica: gli altri animali, anche se più prolifici e vigorosi, non sopravvivono a sconvolgimenti ambientali o variazioni importanti del loro habitat, proprio perchè la loro sopravvivenza si basa su istinti semplici e rigidi, non flessibili.

Un leone può essere in cima alla catena alimentare nella savana, ma ha molte meno probabilità dell’uomo di cavarsela se arriva un nubifragio, una glaciazione, una nuova specie di predatori o un nuovo tipo di epidemia, eventi che in natura a lungo termine si verificano sempre. Pertanto, l’ipotesi è che le prime femmine ominidi che presentarono il mestruo anziché l’estro partirono inizialmente svantaggiate come probabilità di riprodursi, ma dopo che ciò avvenne, e dopo essere riuscite ad accudire la prole per il tempo necessario, la loro discendenza si dimostrò evolutivamente vincente sul lungo periodo (per i motivi che vedremo a breve), e noi ne saremmo la testimonianza vivente.

Tornando all’estro, vi è anche un’altra ipotesi interessante (che non esclude la prima, ma la specifica meglio) circa la sua scomparsa nelle specie più evolute, e riguarda lo sviluppo della coppia e della monogamia. Alcuni studiosi infatti ritengono che la mancanza di segnali diretti di fertilità della femmina faccia sì che la donna sia più libera di avere rapporti anche con maschi non fisicamente dominanti, libertà che non viene lasciata alle femmine nelle specie estrali. Ciò, unito alla necessità della donna di ricevere protezione e sostegno per sé e per la prole per un periodo prolungato, avrebbe favorito l’emergere della coppia monogamica anche con maschi non ‘Alfa’: in pratica le donne, non avendo l’estro, sarebbero più libere di scegliere i partner con cui procreare, inviando selettivamente messaggi di disponibilità all’accoppiamento in base all’intelligenza ed alla capacità empatica che percepiscono nel partner, non alla sua potenza fisica, o non principalmente.

Le donne sceglierebbero partner con queste caratteristiche più evolute perché sarebbero in grado di garantire supporto e protezione più a lungo ed in diversi ambiti, durante tutto il periodo di crescita della prole, e tenderebbero quindi a stabilire un rapporto esclusivo con loro. Questi uomini tenderebbero a loro volta ad avere rapporti monogami e duraturi con le donne perché non avendo indicazioni biologiche chiare riguardo il periodo fertile la natura li spingerebbe ad un costante corteggiamento e ad accoppiamenti continui per garantirsi una propria prole.

Il contatto prolungato con la partner avrebbe reso gli uomini più empatici e capaci di legarsi affettivamente sia alla donna che alla diade madre-bambino rispetto alle altre scimmie più ‘primitive’. Inoltre, l’assenza di estro avrebbe ridotto di molto la conflittualità dei maschi all’interno delle tribù di ominidi, permettendo la convivenza pacifica di più coppie (tendenzialmente monogame) e facilitando la cooperazione; quest’ultima a sua volta avrebbe permesso alla specie umana l’enorme sviluppo della tecnica e della civilizzazione. Secondo quest’ipotesi quindi, il progresso umano è andato di pari passo con la monogamia e con la perdita di impulsi sessuali incontrollati, soprattutto grazie alla perdita dell’estro femminile. La teoria è affascinante, ma ancora lontana dall’avere conferme definitive; tuttavia, quand’anche fosse pienamente confermata non è necessariamente da intendere come un invito alla monogamia a tutti i costi: rimarrebbe semplicemente una spiegazione biologico-evolutiva del percorso umano a partire da condizioni naturali primitive, condizioni fortunatamente diverse da quelle contemporanee, almeno nei paesi tecnologicamente avanzati. Può essere viceversa sicuramente intesa come un invito a riflettere sullo stereotipo dell’uomo ‘forte’ e ‘macho’, dai tratti animaleschi, che viene talvolta inteso come modello di ‘vero uomo’, spesso ritratto dalla cultura moderna e perfino dai mass media come protagonista sociale, oggetto di più o meno esplicita ammirazione popolare. In realtà, sembra proprio che uomini di questo tipo siano un residuo di arretratezza biologica, ciò che resta di tendenze primitive di altre specie meno evolute, in altre parole non certo un modello invidiabile.

Il modello di uomo scelto dalla selezione naturale sembra invece essere quello che ha le capacità per essere un buon partner a lungo termine, ossia un uomo capace e desideroso di sedurre costantemente una donna con intelligenza e maturità emotiva, non di possederla con l’intimidazione e la violenza; è altresì incline ad essere un buon padre, prova tenerezza per la propria prole, la sostenta e la protegge amorevolemente e durevolmente. Tutto ciò è possibile solo se si riceve un’educazione che dia più valore a sentimenti equilibrati e duraturi – gli unici, peraltro, che possono realizzare la profondità interiore tipica dell’animo umano – e meno alle emozioni forti, momentanee e superficiali. Ciò vuol dire anche che cultura e natura nell’essere umano sono intrecciati in modo inscindibile, e che la nostra sopravvivenza dipende dalla nostra capacità di preservare la cultura e la civilizzazione in questo senso. Le donne anch’esse ‘vincenti’ nella scala evolutiva lo sanno bene, e sanno come scegliere i propri partner, che generalmente non sono affatto dei ‘macho’. Sarebbe estremamente utile che questo messaggio venisse diffuso anche dalla scuola, dai media e dai personaggi fonti di influenza sociale, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni.

 

Tirocinante: Luciano Meoni

Tutor: Fabiana Salucci

 

Sitografia:


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