Plushophilia: quando l’orsacchiotto è più di un amico

Intorno al 1950, il pediatra e psicoanalista inglese Donald W. Winnicott pose l’attenzione sulla drammatica esperienza vissuta dal bambino nel doversi separare dalla sua figura di attaccamento (pensiamo ad esempio al momento della messa a letto oppure all’inserimento scolastico). L’autore affermò che per far fronte a questo momento particolare e specifico della sua vita, il piccolo tenderà ad utilizzare spesso degli oggetti cosiddetti “transizionali”(Winnicot, 1989). Questi ultimi hanno un’importante funzione: ricordano al bambino alcune caratteristiche della sua figura di attaccamento e hanno l’effetto di tranquillizzarlo in sua assenza. Il più delle volte l’oggetto utilizzato è un peluche che rappresenta la transizione del fanciullo da uno stato di totale fusione con la primaria figura di attaccamento (spesso incarnata dalla madre), a uno stato di elezione con lei come persona esterna e separata (Ferraris & Oliverio, 2002).

Tutti noi abbiamo avuto nell’infanzia un peluche preferito dal quale ci siamo separati una volta varcata la soglia dell’età adolescenziale mettendolo nella scatola dei ricordi. Esistono però alcune persone che sembra non si siano mai staccate dal morbido amico o hanno riaperto la scatola da giovani adulti, riscoprendo un’improvvisa passione per i “giocattoli imbottiti”. Non si tratta di semplice collezionismo ma di una vera e propria parafilia: la plushophilia. Quest’ultima è una forma di feticismo dettata dal provare una forte attrazione sessuale per i peluche (o per le persone così vestite) e può coinvolgere la singola persona o l’intera coppia. Essa viene spesso considerata una pratica comune tra i membri del furry fandom, locuzione con cui si identificano tutti quei soggetti che nutrono interesse, non necessariamente sessuale, nei confronti di animali fittizi con caratteristiche antropomorfe. Tuttavia le ricerche sulla tematica sono ancora piuttosto scarse, per cui non è possibile considerare tale correlazione totalmente veritiera. Le cause che spingono queste persone a erotizzare i peluche sono sconosciute ma il fenomeno sembra esistere veramente. Il soggetto spesso apporta persino delle modifiche per rendere i peluche idonei all’atto sessuale. Se siete troppo pigri o privi di abilità manuali, online esistono dei negozi dove è possibile acquistare peluche già modificati oppure siti di appassionati che si scambiano consigli su lavaggi, tecniche di cucito o addirittura tutorial su come cambiare i messaggi pre-registrati dei pupazzi.

Spesso coloro che mettono in atto queste forme atipiche di sessualità si espongono alle critiche e ai giudizi negativi della società. Questo accade perché si discostano da quel tipo di sessualità ritenuta “normale”, quando in realtà si tratta semplicemente di restare fedeli ai propri desideri sessuali. Non bisogna dimenticare che aprirsi alle sane trasgressioni e a nuove modalità di espressione erotico-sessuale può portare giovamento anche all’interno della coppia, la quale rischierebbe di cadere nella routine e nella monotonia della vita coniugale. Finché questi comportamenti non violano il rispetto di se stessi e dell’altro, l’etichetta “immorale” dovrebbe essere usata con cautela (Quattrini, 2015).

TUTOR: Margherita Attanasio
TIROCINANTE: Alessandro Petroni

 

BIBLIOGRAFIA:
Ferraris, A. O., & Oliverio, A. (2002). Fondamenti di psicologia dello sviluppo: estratto da Psicologia: i motivi del comportamento umano. Zanichelli, Milano, pp. 129 – 130
Quattrini F. (2015), Parafilie e devianza, Giunti Editore, Milano, pp. 27-30
Winnicott D.W. (1989), Sulla natura umana, Raffaello Cortina Editore, Milano

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