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Spesso si sente parlare delle persone con disabilità e del modo in cui vivono la propria sessualità come un tabù. A questo punto, però, una domanda sorge spontanea, il vero tabù riguarda la sessualità o la disabilità? Chi o cosa differenzia, infatti, una persona normodotata da chi vive una condizione di disabilità? Il timore scaturisce dal pensiero che la persona sia in carrozzina, abbia un eventuale deficit cognitivo, oppure la sua sessualità? O meglio ancora, il suo sesso?

È importante non sottovalutare la distinzione tra sesso e sessualità, poiché si sente parlare molto del primo e poco della seconda, ossia della sfera psicologico-emotiva della persona. Alla luce dell’attuale momento storico, dovrebbe essere ormai superato il concetto di tabù sessuale, quando l’esposizione a scene legate al sesso risulta essere ormai massiva, ed il concetto di pudore completamente rivisitato.

Solo recentemente anche in Italia si è cominciato a parlare sempre più spesso della sessualità delle persone disabili, sebbene già dal 1993 l’Assemblea Generale dell’ONU avesse approvato un documento nel quale viene riconosciuto il diritto a tutti i portatori di handicap di esprimere la propria sessualità.
Per comprendere al meglio come viene vissuta la sessualità nella disabilità è necessario integrare il modello medico biopsicologico con quello socioculturale. Il modello medico della disabilità, in vigore fino agli anni ’70 dello scorso secolo, considerava la disabilità come un insieme di menomazioni psicofisiche individuali; e la sfera sessuale, di conseguenza, era relegata ad un aspetto marginale. L’adozione del modello sociale, invece, permette di considerare la disabilità come un prodotto (anche) sociale, piuttosto che l’esito di un’esclusiva menomazione e deistituzionalizzazione della persona disabile (Malaguti, 2011).

Il rifiuto di una sessualità attiva per un disabile, nell’immaginario comune fonda le sue origini su reticenze, silenzi e ipocrisie che possono avere compromissioni nell’invio delle informazioni e dei servizi utili per la tutela della salute e dei diritti umani. La sessualità vissuta da un disabile, non in linea con i modelli dominanti, viene bandita a una dimensione che troviamo fuori dalla relazionalità, spesso associata a pratiche dell’igiene personale o delle funzioni corporee.
Da un punto di vista generale, l’OMS (2001) ha equiparato il diritto alla salute sessuale ai diritti umani in generale, e con ciò, la sessualità è entrata a far parte a pieno titolo delle componenti che concorrono a garantire il benessere dell’individuo, secondo una prospettiva psicoeducativa e sociale.

Parlare di sessualità comporta affermare che tutte le persone, libere da coercizione, discriminazione e violenza, incluse quelle disabili, abbiano diritto a:
– Ottenere il più alto livello possibile di salute sessuale, compreso l’accesso a servizi di cura della salute sessuale e riproduttiva
– Cercare, ricevere e diffondere informazioni in relazione alla sessualità
– Accedere all’educazione sessuale
– Il rispetto dell’integrità fisica
– Scegliere un partner
– Decidere se essere o meno, sessualmente attivi
– Avere relazioni sessuali consensuali
– Avere matrimonio consensuale
– Decidere quando, e se, avere dei figli
– Perseguire una vita sessuale soddisfacente, sicura e piacevole

Dato che la sessualità rappresenta una componente essenziale dello sviluppo di ogni essere umano, in termini emozionali, etici, fisici, psicologici, sociali e spirituali dell’identità, a tale aspetto viene riconosciuto anche un ruolo fondamentale nella costruzione dell’autostima, della percezione di sé e del proprio ruolo sociale. Secondo alcuni autori, sono ancora molto vivi una serie di pregiudizi sociali riguardo la sessualità del disabile, come ad esempio la credenza che non abbiano la capacità di approcciarsi alla sessualità, o che siano esseri asessuati o ipersessuali; che non abbiano le stesse necessità dei normodotati e che, addirittura, siano abusatori, e che quindi educarli alla sessualità potrebbe rappresentare un pericolo (Sirigatti et al., 2008).

La concezione del “disabile asessuato” appartiene, molto spesso, anche a genitori e operatori sanitari e di assistenza. I genitori, a causa dell’iperprotezione, tendono ad evitare che il figlio entri in contatto con i propri compagni anche al di fuori di contesti sociali definiti, come ad esempio la scuola, per timore di discriminazione o di pericoli alla sua salute, contribuendo ad alimentare una maggiore inibizione della crescita sociale e sessuale (Venere, 2020).

Contrariamente a tali pregiudizi, diverse ricerche hanno messo in luce non solo che la maggior parte dei disabili sia sessualmente attiva, ma anche che tra le espressioni affettive da loro utilizzate vi siano espressioni di tenerezza, come abbracci, baci e vicinanza fisica che rappresenterebbero quindi l’espressione di una sessualità genitale completa (Lassmann et al., 2007). Non solo, emergono anche attrazioni sia verso il sesso opposto che lo stesso sesso, a dimostrazione del fatto che godono di un’affettività del tutto equiparabile a quella dei normodotati (Federici, 2002).

È necessario effettuare una distinzione tra disabilità fisica e cognitiva, poiché determina condizioni del tutto differenti. Nel primo caso ci troviamo di fronte all’incapacità “di fare”, mentre nel secondo caso si tratta di un’incapacità nella “responsabilità di fare”. Appare chiaro come nella disabilità cognitiva si evidenzino delle problematiche relative alla consapevolezza e alla comprensione della sessualità stessa.

In tema di sessualità e disabilità possiamo affermare la presenza di un cambiamento a livello culturale che vede i media molto attivi nel riconsiderare questa tematica sotto molteplici sfaccettature, mediante articoli di giornale, libri, ma anche film che stanno contribuendo ad affrontare l’argomento al fine di sensibilizzare e informare l’opinione pubblica, compresi gli stessi disabili e le loro famiglie. Le idee diffuse fino ad oggi rispetto al considerare un disabile una sorta di angelo non interessato alla sessualità, o al contrario come una sorta di mostro insaziabile, iniziano ad essere sostituite dalle evidenze attuali. Infatti, si è arrivati a presentare un disegno di legge in materia di assistenza sessuale per i disabili, attualmente ancora in discussione al Senato.

Bisogna, però, considerare una serie di barriere più o meno evidenti che persistono ed impediscono lo sviluppo sessuale ed emotivo della persona con disabilità e quindi, il suo benessere: il ritardo o la mancanza di socializzazione delle proprie esperienze emotive e sessuali, la segregazione in speciali spazi educativi, l’assenza di educazione sessuale pubblica, le barriere fisiche che rendono inaccessibili spazi e informazioni, la difficoltà di espressione della propria sessualità, l’assistenza personale e i bisogni sessuali.

Rivolgere l’attenzione al concetto di benessere invece che a quello della menomazione, ci porta a pensare un intervento concreto in maniera differente rispetto all’importanza dell’educazione sessuo-affettiva. Infatti, come tutti gli altri comportamenti dell’individuo, anche l’aspetto sessuale e in gran parte oggetto di apprendimento ed è quindi possibile insegnare la sessualità anche, e soprattutto, a chi manifesta più difficoltà ad approcciarvisi a causa della propria disabilità.

Educare a raggiungere una maturità affettiva, permettere ad una persona di crescere diventando più attenta alle esigenze proprie e altrui, prestare attenzione alle emozioni, alle fantasie e all’immaginario ad esse connesso, sono tutte caratteristiche di un buon programma di educazione sessuo-affettiva per tutti gli individui. Rispetto alla disabilità, specialmente per quella cognitiva, è necessario sottolineare l’importanza dall’impiego di programmi specifici, flessibili abbastanza da poter essere individualizzati secondo le esigenze delle persone, tenendo presente le differenti caratteristiche di ciascun tipo di disabilità.

 

Tirocinante: Valeria Della Sabina

Tutor: Fabiana Salucci

 

Sitografia:

Sessualità e Disabilità

Affettività e sessualità nelle persone disabili: l’importanza della dimensione sociale


https://www.superando.it/2020/06/19/ma-qual-e-il-vero-tabu-la-sessualita-o-la-disabilita/

 

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