Transgenitorialità: c’è davvero un problema?

Da sempre la genitorialità è un argomento molto discusso e delicato, su cui è estremamente difficile mettere d’accordo l’opinione pubblica. Se a questo ci aggiungiamo la transessualità, il cocktail catastrofico può essere servito. Ciò che rende così delicato questo argomento è anche l’assenza di adeguate informazioni in merito.

Il termine transessualismo si rivolge a quella categoria di persone che non sentono il proprio sesso biologico in accordo con la propria identità di genere (genere con cui la persona si identifica, maschio o femmina). Al giorno d’oggi, si può ricorrere ad un allineamento di questi due parametri tramite la riattribuzione del sesso che comprende una terapia ormonale ed una terapia chirurgica.

 La transizione, pertanto, è un periodo di tempo in cui la persona si sottopone a cambiamenti estetici volti al raggiungimento di quel corpo che desidera e che riconosce come proprio. Inoltre, quella della “real life experience” (in cui il soggetto inizia a vivere socialmente i “panni” del genere desiderato), è una fase di passaggio importante dell’iter di adeguamento tra identità psichica e fisica, necessaria a comprendere meglio tutti quegli aspetti importanti del genere opposto a quello biologico di appartenenza (Quattrini, 2015)

E se ci sono dei figli? Come possono comprendere una situazione così complessa, spesso difficile da capire  anche  per un adulto? I bambini non hanno le sovrastutture categoriche e stereotipiche di un adulto, per questo sono capaci di accettare e comprendere molto più facilmente ciò che accade, senza imbarazzo o destabilizzazione alcuna. Le ricerche condotte in quest’ambito, infatti, hanno evidenziato che più il bambino è piccolo, più facilmente può essere educato alla diversità; nessun bambino ha mostrato disturbi della propria identità e solo il 4% del campione ha riportato un calo nel rendimento scolastico, primo campanello d’allarme di difficoltà (Faccio, Bordin, 2009). Un dato rilevante è stata la scelta di non parlare del transessualismo del genitore al fine di evitare quello stigma sociale che lo accompagna. Il vero problema, dunque, sembra essere dettato dalla società, troppo spesso transfobica, che si innalza a giudice nel designare cosa è giusto e cosa non lo è, mettendo a dura prova il bambino.

L’accettazione della transizione di un genitore risulta, invece, più difficile quando i figli sono già adolescenti o adulti perché, nella loro realtà, sono già consolidati tutti quegli stereotipi che fanno da barriera alla comprensione delle diverse espressioni di sé, non necessariamente affini ad un modello preconfezionato (White, Ettner, 2004). Ne consegue che insegnare il valore della diversità oggi, permetterebbe di crescere bambini più liberi di essere se stessi domani, in grado di concepire le differenze come un valore aggiuntivo.

Al giorno d’oggi, la sfida più grande è rivolta allo scardinamento di tutti quegli stereotipi riguardanti la figura genitoriale che vanno strette anche agli eteronormativi; basti pensare a figli nati da precedenti relazioni, da procreazione assistita, fino ad arrivare alle famiglie omo e transgenitoriali. In tutti questi casi lo stigma sociale può influenzare, fino a ledere, il benessere psicologico del bambino.

La famiglia, a partire dalla legge sul divorzio (lg. 898/70), si è pian piano mossa al di là del suo concetto tradizionale, generando una metamorfosi che ha coinvolto i ruoli all’interno del nucleo della stessa.  Riuscire a pensare al ruolo di padre e di madre, non come predeterminati da caratteristiche specifiche legate al sesso, ma come ripartite all’interno di un rapporto egualitario, potrebbe finalmente abbattere gli obsoleti e stereotipati concetti di ruolo di genere, ridefinendo la genitorialità in senso più ampio.

Perché questo sia possibile, innanzitutto, bisognerebbe “educare” alle diversità facendo informazione attraverso specifici percorsi che coinvolgano scuole, genitori, insegnanti, istituzioni pubbliche, perché solo attraverso la conoscenza smetteremo di aver paura di quello che non conosciamo, provando, invece, ad accoglierlo e viverlo come una risorsa. I bambini hanno bisogno di amore, cure, sicurezza, tutte caratteristiche che fanno parte di ogni buon genitore e sicuramente non è l’orientamento sessuale o il sesso biologico che fa di una persona una buona base sicura. Essere un buon genitore va al di là dell’essere transessuale, omosessuale, eterosessuale o con tre braccia.

A cura dei tirocinanti IISS:

Noemi Pinna

Valentina Arachi

Tutor: Margherita Attanasio

Sitografia

http://www.psicoterapiainterazionista.it/wp-content/uploads/2012/12/2009-1.pdf#page=45

https://anguane.noblogs.org/?p=569

https://intersezioni.noblogs.org/interviste/transgenitorialita-intervista-ad-egon/

Bibliografia

Faccio E., Bordin E. (2009), Genitori Transessuali: un’indagine esplorativa. Scienze dell’interazione, Rivista di psicologia clinica e psicoterapia, Vol. 1, n. 1

White T., Ettner R. (2004), Disclosure, risks and perspective factor for children whose parents are undergoing a gender transition. Journal of gay and lesbian psychotherapy

Quattrini F. (2015) Parafilie e Devianza. Psicologia e Psicopatologia del Comportamento Sessuale Atipico. Firenze Giunti Editori.

 

Condividi

Lascia un commento

Scrivi e poi premi Invio per cercare