Travestivismo: tra storia e parafilia

Brevi cenni storici sul travestitismo

Il travestitismo, cioè l’abitudine di indossare indumenti del sesso opposto, è un fenomeno sociale che ha una lunga tradizione storiografica alle spalle e che permane tutt’ora nella nostra epoca.

Molteplici contesti, dai monasteri agli eserciti, si sono fatti palcoscenico per uomini e donne che, per poter accedere ad ambiti sociali altrimenti preclusi o per vivere relazioni con persone dello stesso sesso, usavano vestire i panni del genere opposto.

Esempio emblematico è rappresentato dal giovane imperatore romano Eliogabalo, noto alla comunità non solo per la sua condotta sopra le righe ma anche per il suo transgenderismo.

Se poi ci spostiamo in Grecia, il travestimento veniva persino incentivato e affiancato alla spiritualità e alla religione.

A Sparta, ad esempio, era utilizzato come rito nuziale: la sposa doveva indossare abiti maschili e rasarsi il capo, mentre a Kos era l’uomo ad indossare abiti femminili.

Nonostante l’antica tradizione alle spalle del fenomeno del cross-dressing, le società moderne non sono ancora in grado di comprendere appieno il concetto in sé, spesso interpretandolo come il sintomo di un disturbo psicologico o come l’espressione di una qualche deviazione sessuale.
La confusione intorno a questa realtà potrebbe aver cominciato ad irradiarsi negli anni precedenti il 1886, quando Krafft-Ebing accostò per la prima volta a questa condotta il termine “travestitismo” andando così a sostituire la precedente espressione “sensibilità sessuale invertita”.
Inizialmente, ed è questo l’errore che tuttora continuiamo a trascinarci dai secoli scorsi, il cross-dressing veniva considerato sinonimo nonché espressione dell’omosessualità del soggetto che lo metteva in atto, a meno che quest’ultimo fosse inserito in un contesto culturale in cui l’indossare indumenti del genere opposto era comunemente accettato.
Pensiamo alla realtà scozzese: il kilt indossato dagli uomini non è forse un esempio evidente di come il cross-dressing possa essere un comportamento che vada ben oltre il concetto di identità di genere ed orientamento sessuale?

In definitiva e per comprendere più approfonditamente il concetto di travestitismo, dovrebbe essere fondamentale conoscere dapprima la differenza tra identità di genere, espressione di genere ed orientamento sessuale per poi poter comprendere quando il cross-dressing divenga uno strumento per poter sovrapporre l’identità di genere desiderata con quella biologica (è il caso dei soggetti con disforia) e quando, invece, rappresenta un mezzo per esprimere liberamente se stessi a prescindere dalle aspettative sociali come nel caso dei soggetti con spiccate caratteristiche androgine.

Quando il travestitismo diviene parafilia

Una dimensione nella quale il travestitismo potrebbe rappresentare la condotta centrale è quella erotica-sessuale.

Così come viene riportato nel DSM-5, una ricorrente eccitazione sessuale, manifestata attraverso fantasie e comportamenti derivante dall’indossare indumenti del sesso opposto (criterio A) a cui si può associare un disagio clinicamente significativo (criterio B), sono le caratteristiche rappresentative del disturbo da travestitismo.
Quest’ultimo criterio, in particolare, prenderebbe la forma del comportamento “fare-disfare” in cui, cioè, dopo aver assecondato la propria fantasia erotica dell’indossare i panni dell’altro sesso, quest’ultimi vengono gettati nella speranza di poter così controllare il disturbo stesso.

Appartenente al gruppo delle parafilie caratterizzate dalla predilezione per l’atipicità dell’oggetto sessuale, il disturbo da travestitismo investe un’esigua percentuale della popolazione sia maschile che femminile e comporta l’essere sessualmente eccitati dal pensarsi o vedersi come donna o uomo a seconda del genere del soggetto.
Negli uomini, ad esempio, il cross-dressing attuato a scopo eccitatorio è spesso accompagnato dall’autoginefilia che comporta l’attuazione di azioni femminili stereotipate (lavorare a maglia) o nella simulazione di caratteristiche fisiologiche femminili (fingere di avere il ciclo o allattare).

Altra caratteristica che merita d’esser menzionata, andando così a richiamare quanto detto in precedenza su come il cross-dressing non si associ necessariamente ad un orientamento sessuale specifico, consiste nel fatto che la maggior parte delle persone (specialmente uomini) che presentano un disturbo da travestitismo si identificano come eterosessuali.

Diagnosi differenziale

In virtù di quanto detto finora, è opportuno fare una precisazione sul disturbo feticistico e sulla disforia di genere, spesso confusi tra loro o considerati come sinonimi.

  • Disturbo feticistico: sebbene anche in questo disturbo siano presenti comportamenti di cross-dressing, ciò che cambia sono i pensieri soggiacenti tale condotta. Se nel travestitismo il nucleo dell’eccitazione è nell’immaginarsi del sesso opposto, nel feticismo il focus erotico è incentrato sul materiale degli indumenti indossati.
  • Disforia di genere: in questo caso il cross-dressing è utilizzato come strumento per poter esprimere pienamente la propria identità di genere e per vivere nei panni del sesso opposto.
    Manca, di conseguenza, l’eccitazione erotica associata a tale condotta.

Tirocinante: Nicoletta Massa

Tutor: Davide Silvestri

 

Bibliografia

American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders, fifth edition. American Psychiatric Publishing

Quattrini F. (2015), Parafilie e devianza – Psicologia e psicopatologia del comportamento sessuale, ed. Giunti, Firenze

Sitografia

https://comecappuccettorossoscopridiessereillupo.wordpress.com/2016/02/14/il-travestitismo-nella-storia-e-culture-del-mondo/

Condividi

Lascia un commento

Scrivi e poi premi Invio per cercare