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Nel Novembre dell’anno passato, una nota marca di gioielli da donna, durante la campagna pubblicitaria di fine anno, invitava gli acquirenti a compiere scelte specifiche in merito ai regali di Natale, suscitando l’indignazione di migliaia di donne: per quale motivo?

Siamo talmente assuefatti al ragionamento stereotipico, da non renderci conto del momento in cui questo venga, iniquamente, utilizzato come scherno.

Nella società post-moderna, fluida, per dirla alla Bauman, in cui, quotidianamente, possiamo esperire vissuti di parità fra i sessi,  nella società dell’abbattimento di tutte le barriere, a quanto pare, le uniche ad esser rimaste in piedi, sono quelle mentali: ataviche, anacronistiche, ma guida dei nostri atteggiamenti da millenni, tanto da passare inosservate ai più!

Il ruolo di genere in cui l’individuo s’identifica, ovvero la serie di norme comportamentali, socialmente costituite, associate ai maschi e alle femmine,  diviene parte della sua identità. Rivendicando il diritto di appartenenza ad un determinato genere ed esprimendo tale diritto mediante l’adozione dello stile proprio di quel genere, gli individui assumono, quindi, al contempo, anche l’obbligo sociale di diventare destinatari delle norme di comportamento relative; prestabilite, in particolari situazioni. Fungono, dunque, da tutori delle norme, implicite, di comportamenti che sia preferibile adottare, a seconda del genere d’appartenenza, che, in origine, ma non più oggi, veniva a coincidere con il sesso biologico. La rivendicazione dell’appartenenza a un determinato genere ha, tuttavia, conseguenze notevoli e durature, che spesso trascendono la situazione specifica. È questo il primo aspetto di rilievo dell’attribuzione del ruolo di genere: una volta che questo sia stato acquisito, sarà mantenuto, relativamente costante. L’ambivalenza di ruolo (Merton, 1976) nasce, da un punto di vista storico, in situazioni di particolare stress sociale; quali, ad esempio, i conflitti mondiali, in cui le donne furono costrette a sopperire, in società, così come nei posti di lavoro, all’assenza degli uomini, impegnati al fronte. La fluidificazione dei ruoli maschili e femminili tradizionali, che si osserva nelle post-moderne società occidentali, non è, tuttavia, causata da condizioni anomale: mutamenti socioculturali di lunga durata, secondo alcuni autori, sarebbero all’origine di tale tendenza. L’interazione, basata, secondo le teorie post-costruttiviste, sul modello dello scambio di ambivalenze reciproche, è sempre stata  appannaggio del femminile; di conseguenza, proprio le donne, esperte, per eccellenza, nella comunicazione di ambiguità, sarebbero in grado di far fronte a questo processo di fluidificazione dei ruoli di genere; meglio degli uomini, ancorati, altresì, all’univocità. Il perdurare dell’idea, diffusissima, di una femminilità tutt’ora ingabbiata in ruoli specifici, conduce all’adozione di atteggiamenti di discriminazione sottili, velati, come quello osservato nella suddetta campagna pubblicitaria ed ha contribuito alla costruzione di una società “fallocratica” (Davi, 2007); quella stessa società che Elina Haavio-Mannila  ha definito una “democrazia incompiuta” (1985).

A cura della tirocinante IISS: Tjuana Foffo

Tutor: Davide Silvestri

BIBLIOGRAFIA

  • Davi, Klaus. Fallocrazia. Rizzoli, 2007.
  • Foffo, T., “Il tutto è falso. Realtà e Comportamenti falsificati da pregiudizi e stereotipi di genere, impliciti ed espliciti”, L’Aquila, 2013.
  • Haavio-Mannila, E. e altri (a cura di), Unfinished democracy. Women in nordic politics, Pergamon Pr, Oxford-Frankfurt a.M. 1985.
  • Merton, R.K., Sociological ambivalence, in Sociological ambivalence and other essays, Free Pr, New York 1976.
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