in Devianza e Parafilie, Sexlog

La mitologia del vampirismo affonda le sue radici in molte religioni e culture differenti e le definizioni di “vampiro” o di “vampirismo” variano ampiamente a seconda dei luoghi in cui nascono e si diffondono. I vampiri nella mitologia sono normalmente definiti come esseri non-morti, immortali e misteriosi che collegano i mondi della vita e della morte. Sono creature potenti che suscitano paura, intrigo e mistero e che prendono i propri poteri dall’energia degli altri. Moltissime sono le opere che hanno rappresentato la figura del vampiro, dai libri al cinema, ma quando parliamo di vampirismo in ambito sessuologico ci riferiamo ad un fenomeno particolare e specifico.

Con riferimento al DSM-5, possiamo dire che il vampirismo appartiene al gruppo dei Disturbi parafilici con altra specificazione e consiste nell’attrazione erotico-sessuale per il sangue (Quattrini, 2015). I disturbi parafilici con altra specificazione vengono inclusi dal DSM-5 nei disturbi parafilici che “causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti ma non soddisfano i criteri per uno qualsiasi dei disturbi della classe diagnostica dei disturbi parafilici” (APA, 2013; trad.it 2014, p.819).

E’ bene sottolineare che questa pratica sessuale, come ogni altra, assume una connotazione patologica o meno in base al punto in cui si colloca rispetto al continuum “normalità-sex offender” (Quattrini, 2015), ovvero se viene vissuta in maniera egosintonica nel rispetto di sé e degli altri oppure se invece viene utilizzata per ferire o danneggiare se stessi o qualcun altro.

Non sono infatti rari i casi di serial killer che consumavano il sangue delle proprie vittime, si pensi a Verzeni, Peter Kürten, Richard Chase, costituendosi in questo caso come una vera e propria patologia talvolta legata a schizofrenia e psicosi, il cosiddetto vampirismo clinico (Sims, 1988). L’eziologia del vampirismo clinico, secondo la prospettiva psicoanalitica, si identifica negli eventi traumatici e conflittuali risalenti all’infanzia.

Con il termine vampirismo si vogliono spiegare tutte quelle condotte patologiche legate all’assunzione di sangue e alle attività di necrofagia e cannibalismo (Polo, 2008). L’assunzione di sangue avviene tramite ferite o morsi che Ellis (1927) considera “morsi d’amore”, i quali esprimono sadismo orale e desiderio di fusione durante il rapporto sessuale.

Prins ha presentato una classificazione clinica per il vampirismo (Prins, 1985). Questa classificazione comprende un ampio spettro di attività che vanno dal bere sangue al non berlo, necrofilia e sadismo associato, emofeticismo e autovampirismo. Le 4 tipologie di vampirismo identificate sono caratterizzate da comportamenti criminali e violenti associati ad altre condizioni parafiliche:
1. Vampirismo completo o necrosadismo, in cui il soggetto assaggia e ingurgita il sangue della propria vittima;
2. Vampirismo senza ingestione, con un contatto superficiale con il sangue;
3. Vampirismo senza morte della vittima, in cui predomina la componente sadica;
4. Autovampirismo, autoinfliggersi lesioni per assaggiare il proprio sangue (Gubb et al., 2006).

Letto in una prospettiva psicodinamica, il vampirismo rappresenta un atto sessuale aggressivo con una forte componente libidica per cui il bere sangue da un oggetto porta eccitamento sessuale e piacere. L’atto del bere sangue in sé richiama alla mente lo stadio sadico-orale descritto da Abraham (1924) caratterizzato dall’attività del mordere, dall’introiezione, cioè dall’impossessamento dell’oggetto attraverso l’introduzione dello stesso all’interno del proprio corpo e si collega alla fantasia del bambino di annientare l’oggetto tramite fantasie cannibalesche.

C’è anche un evidente collegamento con le fantasie di aggressione della fase schizoparanoide della Klein (1946) e anche con la nozione di Fairbairn del bisogno libidico sadico-orale creatosi in risposta alla deprivazione materna (Fairbairn, 1946).

Il vampirismo può anche essere inteso come forma perversa di narcisismo dove il soggetto si relaziona con gli oggetti senza in realtà relazionarsi davvero, in quanto l’oggetto è passivo, sottomesso e sotto il suo controllo (Ellis, 1927). L’atto in sé racchiude molto erotismo e può essere considerato una fantasia di penetrazione che incorpora il “prendere dentro”, “fondersi con” e distruggere l’altro e nello stesso momento reprimere i desideri aggressivi.

A questa tematica si collega il “knife play”, una pratica consensuale nel panorama BDSM che include coltelli, pugnali e spade come mezzo per ottenere una stimolazione erotica fisica e mentale. Questi possono essere usati per tagliare i vestiti, graffiare la pelle o semplicemente creare una stimolazione sensuale, collegandosi quindi al bloodplay, che consiste nel provare gratificazione sessuale nello sperimentare la fuoriuscita di sangue dal proprio o altrui corpo.

Per alcune persone il knife play può essere altamente erotico e la reazione fisica e psicologica può essere intensa (Austin & Atwood, 2005). Essendo un’attività complessa e potenzialmente pericolosa necessita di molto esercizio, pratica e attenzione. Inoltre, richiede che le persone in gioco siano consapevoli dei rischi, rispettando la norma del Sano Sicuro Consensuale (SSC). Infine, bisogna sottolineare che dal momento che può creare tagli sulla pelle e provocare la fuoriuscita di sangue, è bene conoscerne i rischi in quanto può esporre a numerose malattie e anche portare a una perdita eccessiva di sangue se non praticata con la giusta attenzione e nel rispetto dei limiti propri e dell’altro.

Tirocinante: Alessandra Ragona
Tutor: Cristiana Sardellitti

 

Bibliografia:
APA American Psychiatric Association (2013), Diagnostic and statistical manual of mental disorders, fifth edition (DSM-5), APA, Washington
Austin, M. & Atwood, S., (2005). The Toybag Guide to Erotic Knifeplay. San Francisco: Greenery Press.
Ellis, H. (1927). The conception of narcissism. Psychoanalytic Review, 14(2), 129-153.
Fairbairn, W. R. D. (1946). Object-relationships and dynamic structure. International Journal of Psycho-Analysis, 27, 30-37.
Gubb, K., Segal, J., Khota, A., & Dicks, A. (2006). Clinical vampirism: a review and illustrative case report. African journal of Psychiatry, 9(3), 163-168.
Klein, M. (1946). Notes on some schizoid mechanisms. International Journal of Psycho-Analysis, 27, 99-110.
Polo, S. (2008). I serial killer, psicodinamica criminale, Anno I n III Padova, Editoriale Laura Baccaro.
Prins, H., (1985). Vampirism-A clinical condition. Br J Psychiatry; 146: 666-668
Quattrini, F. (2015). Parafilie e devianza: psicologia e psicopatologia del comportamento sessuale atipico. Giunti Editore.

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