Lo sport viene raccontato da sempre come un’attività in grado di stimolare la crescita, sviluppare una sana competizione e al tempo stesso il gioco di squadra, oltre a valori di amicizia, solidarietà, lealtà, rispetto per gli altri, tanto da essere riconosciuto anche dall’Onu, come un diritto fondamentale. Questa concettualizzazione potrebbe essere considerata teoricamente giusta ma, all’atto pratico, il racconto non corrisponde quasi mai alla realtà dei fatti.
Il mondo dello sport (in particolare quello professionistico) è ancora ingabbiato negli stereotipi e nelle convinzioni morali ed etiche di una società sempre più obsoleta. “L’atleta” merita rispetto, considerazione, cooperazione ed inclusione fino a quando non decide di aprire il lucchetto di questa gabbia e discostarsi dai dettami della cultura e della società di appartenenza.
Alle ultime Olimpiadi svoltesi a Tokyo nel 2020, gli atleti/e parte della comunità LGBTQIA erano circa 160. Mentre, alle Olimpiadi di Londra del 2012 gli atleti erano solo 23. Questo dato statistico potrebbe apparire un segnale di forte cambiamento rispetto ai valori dell’inclusione nel mondo dello sport, ma non tutti sembrerebbero essere d’accordo. Per prima cosa, dovremmo innanzitutto escludere da questa breve dissertazione il disaccordo sulle prestazioni sportive e gli effetti generati dalla partecipazione di un atleta transgender in una determinata categoria olimpionica, tematica delicata che porta con sé questioni ben più complicate, che rimandano alle sfere biologiche e genetiche della scienza umana. In secondo luogo, dovremmo chiederci e cercare di comprendere quali sono realmente gli effetti del coming out nello sport e quale impatto potrebbero avere sull’opinione pubblica e sugli stessi atleti.
Sì, perché, spesso, sono gli atleti i primi a condividere le credenze che spesso ci vengono raccontate sin dall’infanzia, si tratta di informazioni trasmesse più e più volte nel tempo, come un mantra, cosicché determinati valori siano interiorizzati e diventino parte del nostro bagaglio culturale. Questa interiorizzazione ha fatto sì che, a volte, atleti professionisti conosciuti a livello mondiale abbiano, senza rendersene conto, fatto emergere nelle loro parole e azioni tali credenze apprese.
Sofia Goggia è attualmente la migliore sciatrice italiana in attività. L’atleta olimpica ha recentemente rilasciato un’intervista pubblicata su “La Repubblica” in cui racconta la sua storia di sciatrice e di donna, le difficoltà incontrate durante l’infanzia a causa dell’allenamento estremamente rigido a cui gli atleti professionisti sono sottoposti, nonché, nel suo caso, anche un clima particolarmente rigido. L’atleta bergamasca ha parlato anche di atti di bullismo subiti in giovane età per via dell’aspetto trasandato dovuto proprio ad una vita dedita quasi esclusivamente allo sci e molto poco alla spensieratezza.
Curioso ed anche destabilizzante il suo parere riguardo la presenza di persone gay nello sci maschile: “Omosessuali nello sci? Tra le donne qualcuna c’è, ma i maschi devono fare la discesa di Kitzbuhel…” (Goggia S. 2022). Dopo l’ondata di polemiche seguite, la campionessa si è scusata ma il nocciolo della questione non cambia molto. Ancora più destabilizzante l’omofobia intrinseca nello sport maschile, dove l’insulto omofobo è all’ordine del giorno; infatti, ancora alle ultime Olimpiadi, un altro atleta italiano è stato al centro della polemica.
Durante gli ottavi di finale del torneo di tennis non è passato inosservato lo sfogo di Roberto Fognini dopo un errore decisivo, che gli è costato la sconfitta, al termine di una partita lunga ed estenuante: “Sei un fr***o, sei un fr***o” ha ripetuto a sé stesso dopo l’errore. L’ira espressa contro di sé era riservata alla ‘’sua parte fr***a’’, a quanto pare, quella che, secondo la sua probabile interiorizzazione culturale, ha commesso l’errore decisivo e gli ha fatto perdere la partita. Sarebbe curioso sapere quanti tennisti professionisti non hanno mai fatto coming out nell’ultimo secolo.
Potremmo partire dall’unico caso contrario che conosciamo cioè quello di Brian Vahaly ex tennista professionista statunitense. Vahaly è arrivato alla posizione numero 64 del ranking ATP durante la carriera e vinto 5 titoli Challenger. Ha svelato la sua omosessualità nel 2017, vale a dire dopo essersi già ritirato da 11 anni. Il motivo potremmo immaginarlo: “Semplicemente non mi sentivo incluso o accettato dallo sport che amavo. Più specificamente, era un ambiente molto conservatore. Quindi ho smesso di giocare sono sparito per un po’. In questo modo ho potuto riflettere meglio su alcune cose riguardanti me stesso e su quello che volevo davvero. Si è trattato di un processo di auto esplorazione e all’epoca pensavo di poter riuscire a farlo meglio lontano dal tennis. Sul tour si facevano un sacco di battute omofobe. Si tratta di un circuito molto maschilista e competitivo. Non c’è rappresentanza per i gay, a differenza del circuito femminile.
Sicuramente da giovane non avevo una grande personalità e avevo bisogno di capire al massimo me stesso, e sentivo che nel tennis non ci fosse nessuno con cui parlarne e nessuno che attraversasse qualcosa di simile” (Vahaly B., 2021). Vahaly in questa intervista rilasciata al sito digitale Ubitennis, dice inoltre quando gli viene chiesto che consiglio darebbe a chi sta oppure potrebbe attraversare la sua stessa esperienza: “Trova qualcuno con cui parlare, qualcuno di cui ti fidi. Sappi che ci sono persone come noi là fuori, se hai domande. È bello avere qualcuno con cui parlare che possa aiutarti a imparare qualcosa su te stesso.
Parlando di sport, vorrei far capire che puoi avere una grande carriera da atleta ed avere una famiglia a prescindere dalla tua sessualità’’ (Vahaly B., 2021). Tra l’altro, la discrepanza tra il tennis femminile e maschile, nonché tra il tennis e molti altri sport considerati anche più da “machi”, è interessante. In merito a questo, sono eloquenti e da riportare le parole di un articolo datato 16 agosto 2014 a cura di Giulio Fedele: “Il tennis non è il calcio, non è il rugby, è sicuramente un ambiente più facile nel quale fare coming out. Non è uno sport di squadra ed il pubblico è meno gretto rispetto a quelli di altri sport. Il tennis risulta lo sport più cosmopolita tra quelli mondiali. Tanto è stato fatto nella lotta al razzismo.
Le storie di Althea Gibson, Arthur Ashe, le sorelle Williams, ma anche l’Asia nascente nei risultati di Zheng, Kimiko-Date, Nishikori, Li Na. Tanto ancora è stato fatto dal punto di vista dell’integrazione dell’immigrazione: gli USA qui fanno da faro con i nomi di Chang, Navratilova, Seles per citarne alcuni, ma anche la Francia con Mladenovic per citare un nome meno noto. Eppure, manca ancora questo ultimo gradino, manca ancora l’accettazione dell’omosessualità (maschile). È impensabile che su 100/200 giocatori in attività, per non contare quelli degli anni passati, non ci sia un solo tennista gay. La verità è che nessuno vuole fare il primo passo” (Fedele G., 2014).
La riflessione di Fedele è quasi inoppugnabile e ci riporta alla domanda iniziale. Quali sono e potrebbero ancora essere gli effetti del coming out nello sport professionistico? Nonostante le Olimpiadi più arcobaleno di sempre si siano svolte tre anni fa, quanto siamo veramente lontani dall’inclusione? Questo non ci è dato saperlo. Però Fedele conclude la questione augurandosi quello che tutti dovremmo augurarci, riportando le sue parole che esprimono il proprio disappunto già nel 2014, e afferma: “Si faccia avanti qualcuno, gli altri seguiranno a ruota, e non parlo solo di tennis stavolta, ma anche dei gay nel calcio, nel basket e negli altri sport.
I tempi per abbattere ogni barriera e tabù tra sport e sessualità sono maturi. È solo questione di coraggio” (Fedele G. 2014). Ora, nel 2023, riusciremo ad essere ancor più coraggiosi? Per i giovani atleti e per quelli ancora in attività che non possono vivere liberamente la propria sessualità (senza che questa diventi argomento di dibattito), possiamo e dobbiamo solo sperare di sì.
Tutor: Cristiana Sardellitti
Tirocinante: Giulia Monaco
Riferimenti:
Brian Vahaly e il suo coming out: “L’ATP non aiuta i gay a sentirsi parte del tennis” (ubitennis.com)
https://www.gazzetta.it/Sport-Invernali/17-04-2022/sofia-goggia-omosessuali-sci-uomini-no-devono-fare-discesa-kitzbuhel-44092389931.shtml
https://www.repubblica.it/moda-e-beauty/d/interviste/2023/05/19/news/sofia_goggia_discesa_libera_intervista-399809317/
Serve più coraggio per fare coming out nello sport italiano che per fare una discesa libera di sci – THE VISION
Tennis e omosessualità: non è un coming out per uomini deboli (ubitennis.com)
Tokyo 2020, le Olimpiadi più arcobaleno di sempre | Vanity Fair Italia



