Il termine “detransition” si riferisce al processo in cui una persona transgender decide di interrompere o invertire una transizione di genere precedentemente intrapresa. Nella maggior parte dei casi, si riferisce a persone transgender che hanno intrapreso un percorso chirurgico o ormonale per allineare il loro genere assegnato alla nascita con la propria identità di genere, ma successivamente scelgono di tornare al loro genere assegnato alla nascita o ad un’identità di genere diversa.
La detransition può coinvolgere diversi aspetti, legati al dover interrompere l’uso di ormoni sessuali o procedere con interventi chirurgici per invertire quelli precedentemente effettuati. Non esiste un’unica esperienza di detransition, poiché le persone affrontano questo processo in modi diversi e per motivazioni personali varie.
È importante specificare che la detransition è un argomento complesso e delicato e che non rappresenta l’esperienza di tutte le persone transgender, in quanto alcune persone transgender trovano che intraprendere una transizione sia la scelta più giusta e ciò, nella maggior parte dei casi, porta loro notevole benessere per il resto della loro vita.
Essendo la detransition un argomento dibattuto e spesso oggetto di polemiche, i dati e le statistiche che lo trattano sono esigui e di difficile reperibilità. Tuttavia, ci sono alcuni casi famosi e informazioni generali che possono essere menzionati.
Un caso che ha ricevuto molta attenzione è quello di Walt Heyer, un uomo che intraprese un percorso di transizione verso il genere femminile e che ha successivamente “detransitionato”. Egli ha inoltre fondato un sito web per aiutare le persone “pentitesi” di aver cambiato il proprio sesso e ha scritto diversi libri sulla questione della detransition.
Jasmine e Keira Bell, due ex pazienti della Travistock Gender Clinic hanno riportato di aver rimpianto di aver intrapreso un percorso di transizione e hanno criticato la clinica.
La prima ragazza ha riferito di sentirsi “Quasi mutilata” e di “Invidiare le donne che hanno ancora la propria voce naturale”. La seconda invece ammise che avrebbe preferito che la clinica avesse opposto più resistenza alla sua scelta di intraprendere una transizione.
In termini di statistiche, uno studio pubblicato nel 2017 sulla rivista scientifica “Archives of Sexual Behavior” ha analizzato un campione di 27.715 di persone transgender negli Stati Uniti e ha riportato che solo l’8% di loro aveva espresso qualche forma di “rimorso” per la transizione, senza specificare se si trattasse di una detransition completa o parziale. Questo studio ha sottolineato che la detransition è un evento piuttosto raro.
È importante evidenziare che la detransition potrebbe essere influenzata da vari fattori, tra cui l’accesso alle risorse sanitarie, l’accettazione sociale, il sostegno familiare e molti altri.
Poiché la detransition è un argomento ancora in fase di esplorazione e dibattito, è necessaria una maggiore ricerca per comprendere meglio le esperienze individuali e la portata del fenomeno.
Spesso il termine “Detransitioner” (Persona che attua una detransizione) viene confuso con il termine “Desister” (Persona che desiste). Andiamo a vedere insieme quali sono le differenze.
I detransitioners sono persone che in passato si identificavano come transgender e hanno subito interventi chirurgici e/o medici correlati, ma hanno successivamente smesso di seguirli. Solitamente, i detransitioners ritornano ad identificarsi con il loro sesso di nascita. Gli interventi medici possono includere l’uso di ormoni sessuali e inibitori della pubertà, mentre quelli chirurgici possono comprendere operazioni come la mastectomia bilaterale, l’oforectomia, l’isterectomia e la neofalloplastica per le persone FtM (Female to Male) o l’orchiectomia, la neovaginoplastica e l’inserimento di protesi mammarie per gli individui MtF (Male to Female).
Il processo di detransition comporta spesso la sospensione degli ormoni sessuali tipici dell’altro sesso, l’assunzione di ormoni del sesso biologico originale e, in alcuni casi, interventi chirurgici per cercare di invertire gli effetti delle operazioni precedenti. Tuttavia, non è sempre possibile eliminarli completamente. La detransition può portare a problemi come l’infertilità e la perdita della funzione sessuale, specialmente se la pubertà è stata interrotta.
I detransitioners affrontano solitamente un peso psicologico più significativo dei desisters, spesso complicato da problemi di salute mentale preesistenti. La loro esperienza può essere accompagnata da comorbidità psicologiche e/o psichiatriche.
I desisters, invece, sono persone che in passato si identificavano come transgender, ma che hanno poi riaffermato la loro identità come membri del proprio sesso biologico senza aver mai intrapreso terapie ormonali o interventi chirurgici di riassegnazione. Prima di riaffermare la propria identità di sesso biologico, molti desisters potrebbero aver affrontato una forma di transizione sociale, come l’aver cambiato nome, pronomi, abbigliamento e/o altri cambiamenti nell’aspetto esteriore per esprimere la propria identità di genere.
Sebbene i desisters non vadano in contro a compromissioni a livello fisico durature come succede spesso ai detransitioners, essi potrebbero incontrare problemi sociali e psicologici simili dopo aver riaffermato l’identità di sesso biologico. Questi includono l’isolamento, l’ostracismo da parte di alcuni membri sia della comunità transgender che di quella cisgender, critiche, attacchi sui social media, e sensi di colpa.
Nella letteratura sugli interventi medici per le identità transgender, i rapporti dei detransitioners possono essere erroneamente considerati come “rimpianto post-trattamento”. Secondo gli studiosi come MacKinnon, esperto nella salute delle minoranze sessuali e di genere, tale termine non era appropriato in quanto la maggior parte delle persone che attuava la detransition non lo faceva per rimpianto ma per la difficoltà che sviluppava nel vivere in una società transfobica. Inoltre fu affermato da diversi membri della comunità medica che “nessuno può sapere se il rimpianto post-trattamento si verificherà o no” (The Lancet Child & Adolescent Health, 2021).
Il sopracitato MacKinnon studiò per anni la comunità transgender e apprese presto che il “rimpianto” era considerato da essa totalmente tabù. Egli scrisse articoli a riguardo dichiarando che le esperienze delle persone che hanno desistito dalla transizione dovrebbero essere ascoltate ed usate come fonte per apprendere di più su questo fenomeno, non silenziate.
A tal proposito sarebbe giusto sottolineare nuovamente che le esperienze di transizione possono cambiare moltissimo da un individuo all’altro e per questo non dovrebbero essere criticate ma comprese. Alcune persone potrebbero avere benefici immensi nel vedere il proprio corpo rispecchiare la propria identità di genere e percepirsi finalmente libere dalla gabbia in cui sentivano di trovarsi. Altre invece potrebbero vivere con molta più difficoltà questo cambiamento e sentire che, per un motivo o per l’altro, non lo vogliono più.
Nessuna di queste esperienze sminuisce o invalida quelle altrui ma anzi esse dovrebbero essere ugualmente indagate, in modo da garantire un’adeguata tutela della salute fisica e mentale di questi individui.
Tirocinante: Chiara Troncia
Tutor: Cristiana Sardellitti
Riferimenti:
https://www.reuters.com/investigates/special-report/usa-transyouth-outcomes/
https://en.m.wikipedia.org/wiki/Detransition



