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La relazione tra aggressività e sessualità rappresenta, sin dalle origini, uno dei temi centrali della teoria psicoanalitica. Tra i contributi più influenti, Otto F. Kernberg, nel volume The Inseparable Nature of Love and Aggression (2012), analizza l’intreccio tra pulsioni, relazioni oggettuali e organizzazione della personalità partendo dall’osservazione clinica. Nei pazienti con organizzazione borderline di personalità, l’autore osserva che:
«Questi pazienti tendono a combinare in modo caotico importanti componenti sadiche, masochistiche, voyeuristiche, esibizionistiche, feticistiche e bisessuali, cosicché interessi eterosessuali e omosessuali possano mescolarsi in modo disorganizzato, a differenza di un orientamento eterosessuale o omosessuale stabile» (Kernberg, 2012, p. 297).
In quest’ottica, la compresenza di istanze eterosessuali e omosessuali viene interpretata come possibile espressione di una diffusione dell’identità, specialmente quando emerge in una configurazione sessuale disorganizzata e associata a difficoltà nell’integrazione delle relazioni oggettuali. Kernberg evidenzia inoltre significative differenze di genere: se negli uomini la bisessualità coinciderebbe solitamente con gravi disturbi di personalità, nelle donne, in particolare l’omosessualità a esordio tardivo, essa emergerebbe frequentemente anche in strutture di personalità normali o nevrotiche (Kernberg, 2012).
Tale analisi sottolinea come, nel modello delle relazioni oggettuali, l’espressione della sessualità sia indissolubilmente legata all’architettura interna della psiche. Per Kernberg, infatti, la maturità non risiede nell’orientamento sessuale in sé, ma nella capacità di integrare le rappresentazioni del Sé e dell’oggetto, armonizzando le pulsioni entro relazioni intime stabili (Kernberg, 2018). Le configurazioni sessuali vengono quindi lette come riflesso del grado di integrazione identitaria raggiunto dal soggetto.
Tuttavia, il dibattito contemporaneo invita ad una distinzione epistemologica tra l’osservazione clinica di popolazioni con gravi fragilità del Sé e la comprensione dell’orientamento sessuale nella popolazione generale. Autori come Drescher (1998) e Corbett (2009) suggeriscono che alcune inferenze teoriche del passato risentissero del setting osservativo e dei modelli culturali dell’epoca. Di conseguenza, studi più recenti (Friedman et al., 2014; Reitter, 2022) propongono di scindere il funzionamento psicopatologico dalle caratteristiche intrinseche dell’orientamento. Si passa dunque da una visione in cui la fluidità sessuale era interpretata prevalentemente attraverso la lente della diffusione dell’identità, ad una prospettiva che riconosce la variabilità degli orientamenti come una dimensione autonoma, non necessariamente legata a conflitti strutturali.
Questa evoluzione trova riscontro nelle attuali definizioni internazionali. Oggi la bisessualità è intesa come attrazione romantica, emotiva o sessuale verso più generi (APA, 2023) e non come una fase transitoria o una posizione intermedia (Friedman et al., 2014). L’intensità di tale attrazione può variare nel corso della vita senza implicare confusione identitaria, fenomeno noto come sexual fluidity (Diamond, 2016; Sbrana & de Miguel, 2022). Eventuali cambiamenti nell’orientamento non costituiscono dunque indicatori di psicopatologia, ma riflettono la natura dinamica dell’identità sessuale.
Ciò non esclude, tuttavia, la presenza di una specifica vulnerabilità, che la ricerca attuale attribuisce a fattori contestuali piuttosto che a deficit strutturali del Sé. Le persone bisessuali possono essere maggiormente esposte a minority stress, depressione e ansia a causa dell’invisibilità sociale, della binegativity e dell’invalidazione dell’identità (Arriaga, 2019; Feinstein et al., 2023). Tali stereotipi possono influenzare il ragionamento clinico attraverso due meccanismi: lo stereotype-based clinical bias (valutazioni condizionate da pregiudizi specifici) e l’implicit bias (pregiudizi inconsci e generalizzati). La consapevolezza di questi limiti, unitamente ad una formazione specifica sui temi LGBTQIA+, è associata ad una maggiore efficacia del trattamento e ad una migliore alleanza terapeutica (Esteban et al., 2023).
In conclusione, una lettura critica delle formulazioni di Kernberg non ne esaurisce il valore clinico, ma ne permette l’integrazione con i contributi della psicologia contemporanea. Tale sintesi consente di coniugare il rigore della teoria delle relazioni oggettuali con l’evidenza empirica, favorendo una pratica che sappia distinguere tra dinamiche della personalità e dimensioni dell’orientamento. Il clinico può così approcciarsi alla complessità delle identità sessuali con una sensibilità rinnovata, capace di accogliere l’individualità del paziente oltre i condizionamenti dei paradigmi storici.
Tirocinante: Veronica Baldazzi
Tutor: Maurizio Leuzzi
Bibliografia
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