
Creata con IA
Il concetto di “eterosessualità obbligatoria” (compulsory heterosexuality o comphet), formulato da Adrienne Rich nell’omonimo e pionieristico saggio del 1980, rappresenta una delle più incisive critiche alla naturalizzazione dell’orientamento eterosessuale nella cultura occidentale. L’autrice scardina l’idea che l’eterosessualità sia un dato biologico spontaneo, universale e neutro, svelandone la natura di vera e propria istituzione politica e sociale, capillarmente imposta attraverso una molteplicità di pratiche, discorsi e dispositivi. In questa prospettiva, ciò che storicamente e culturalmente appare come “normale” o “naturale” non è l’espressione immediata di una predisposizione individuale, bensì il risultato di un costante processo di costruzione e mantenimento della norma.
Rich individua una serie di precisi meccanismi attraverso cui l’eterosessualità viene resa obbligatoria ed egemonica:
- La socializzazione precoce:che orienta fin dall’infanzia i soggetti verso modelli relazionali e di identificazione rigidamente eteronormativi.
- L’invisibilizzazione sistematica:la cancellazione storica e culturale delle relazioni lesbiche e, più in generale, di ogni traiettoria non eterosessuale.
- Un apparato sanzionatorio pervasivo:che spazia dalla marginalizzazione simbolica e dall’ostracismo sociale fino alla violenza fisica ed esplicita.
L’eterosessualità, dunque, non si configura semplicemente come una tra le tante varianti del desiderio, ma come un regime normativo che struttura il campo del dicibile e del pensabile, delimitando ciò che può essere riconosciuto e vissuto come legittimo. Un fulcro teorico della riflessione di Rich risiede nell’introduzione del concetto di “continuum lesbico” (connesso alla distinzione tra esistenza e identificazione lesbica). Con questa espressione, l’autrice non si riferisce esclusivamente a specifiche pratiche sessuali, ma ad una vasta gamma di esperienze, forme di solidarietà, legami affettivi e di sussistenza tra donne che la storiografia patriarcale ha sistematicamente negato o reinterpretato in chiave eterosessuale. Questa operazione di rimozione e mistificazione contribuisce a rinforzare il mito dell’inevitabilità dell’eterosessualità, restringendo l’orizzonte dell’immaginabile e incanalando il desiderio entro binari già tracciati. La forza della tesi di Rich risiede nel suo carattere strutturale e sistemico. L’eterosessualità obbligatoria non è sostenuta da un singolo fattore, ma da una rete interconnessa che articola istituzioni economiche, strutture familiari, rappresentazioni culturali e micro-pratiche quotidiane. Il matrimonio eterosessuale, ad esempio, cessa di essere una mera unione affettiva per rivelarsi un dispositivo biopolitico deputato ad organizzare la riproduzione, la trasmissione della proprietà e la divisione di genere del lavoro. Il comphet, pertanto, si intreccia indissolubilmente con il patriarcato, stabilizzandone le gerarchie e i ruoli di genere.
Questa impostazione dialoga direttamente con la genealogia della sessualità di Michel Foucault, il quale ha ampiamente dimostrato come le categorie sessuali non siano essenze naturali ma prodotti storici legati a specifici regimi di sapere-potere. Al contempo, anticipa le riflessioni di Judith Butler sul carattere performativo dell’identità, costituita proprio attraverso la ripetizione citazionale di norme sociali. Il comphet può essere così letto come il principale dispositivo attraverso cui l’eteronormatività si riproduce, occultando la propria genealogia e presentandosi come ovvia e autoevidente. Un aspetto particolarmente fecondo del concetto è la sua capacità di svelare i meccanismi di adesione inconsapevole alla norma. L’eterosessualità “obbligatoria” non opera soltanto per coercizione esplicita, ma soprattutto per sottomissione interna: attraverso processi sottili di interiorizzazione, i soggetti sono condotti a desiderare esattamente ciò che è socialmente prescritto. Il confine tra scelta autentica e costrizione interiorizzata si fa sfumato, rivelando come ciò che viene percepito come inclinazione personale o preferenza intima sia spesso l’esito di un perfetto adattamento a un sistema di aspettative pervasive.
Nonostante la sua portata rivoluzionaria, la prospettiva di Rich ha sollevato alcuni nodi critici all’interno del dibattito post-strutturalista e queer. È stato osservato il rischio di una deriva deterministica, che riduca l’eterosessualità a un mero costrutto sociale, appiattendo la complessità delle traiettorie individuali e la pluralità delle motivazioni intrinseche al desiderio. Nel complesso, tuttavia, la teoria della compulsory heterosexuality conserva intatta una straordinaria rilevanza clinica e teorica. Offrendo una riformulazione radicale del legame tra desiderio e norma, il testo di Rich invita a considerare l’eterosessualità non come un punto di partenza neutro, ma come il precipitato di una costruzione egemonica. Così facendo, apre uno spazio fecondo per decostruire quelle forme di naturalizzazione che, ancora oggi, strutturano e vincolano l’immaginario relazionale e sociale.
Tirocinante: Alice Fazi
Tutor: Maurizio Leuzzi
Bibliografia:
Foucault, M. (2001). La volontà di sapere. Feltrinelli Editore.
Butler, J. (2002). Gender trouble: Tenth Anniversary Edition. Routledge.
Foucault, M. (2001). La volontà di sapere. Feltrinelli Editore.
Ingraham, C. (1994). The Heterosexual Imaginary: Feminist Sociology and Theories of Gender. Sociological Theory, 12(2), 203.
Rich, A. C. (2003). Compulsory Heterosexuality and Lesbian Existence (1980). Journal of Women’s History, 15(3), 11–48.



