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Dopo secoli di repressione e oscurantismo, il desiderio sessuale è giunto a un punto di sano riconoscimento della sua importanza nell’identità adulta. Tuttavia, coloro che non lo provano si trovano intrappolati in un paradosso: la discriminazione nei loro confronti non è palese come nel caso di molti altri orientamenti sessuali, ma si traduce in una pervasiva forma di negazione della loro stessa esistenza.
L’asessualità (definita come l’assenza persistente di attrazione sessuale verso altre persone) riguarda approssimativamente l’1% della popolazione. Non si tratta di celibato (una scelta comportamentale) né di una disfunzione sessuale (che implicherebbe un sofferto disagio clinico), ma di un orientamento sessuale a pieno titolo, distante, tuttavia, dalle nuove credenze circa la centralità del sesso nella vita.
Il bias, ovvero il pregiudizio contro le persone asessuali, si manifesta attraverso meccanismi peculiari. A differenza dell’omofobia o della transfobia (che condannano un’azione considerata deviante), il pregiudizio verso le persone asessuali colpisce quella che potrebbe essere considerata un’omissione: un’assenza interpretata come mancanza, immaturità o patologia. La ricerca documenta che le persone asessuali vengono percepite come “meno umane” persino rispetto ad altri orientamenti sessuali, venendo associate a stereotipi di freddezza emotiva, isolamento sociale e incompletezza esistenziale.
Questo fenomeno ha radici culturali profonde. L’attrazione sessuale viene concepita come l’inevitabile esito dello sviluppo puberale: chi non la prova viene, quindi, ritenuto bloccato da un trauma o semplicemente troppo insicuro per tali esperienze. Queste interpretazioni, che potrebbero apparire come tutto sommato benevole, negano, in realtà, la dignità dell’identità asessuale.
Per le persone asessuali fare coming out significa confrontarsi con reazioni che oscillano tra incredulità e patologizzazione. Familiari e professionisti sanitari spesso rispondono cercando cause mediche o psicologiche, trasformando l’asessualità in un problema da risolvere. Nei contesti religiosi conservatori, invece, essa può passare dall’essere percepita come una lodevole castità al venire ulteriormente stigmatizzata, per via della violazione delle aspettative legate alla procreazione e alla vita di coppia.
Proprio la scarsa accettazione dell’asessualità alimenta un circolo vizioso: molte persone evitano di esporsi pubblicamente, temendo di non essere comprese, e questo timore alimenta l’invisibilità, perpetuando l’ignoranza generale. Anche all’interno della stessa comunità LGBTQ+, gli individui asessuali riportano esperienze di marginalizzazione, dovendo spesso giustificare la propria appartenenza.
L’impatto psicologico di questi microtraumi cumulativi è ampiamente documentato: le persone asessuali manifestano tassi più elevati di ansia, depressione e ideazione suicidaria rispetto alla popolazione eterosessuale. Non è l’asessualità in sé a causare disagio, ma lo stress derivante dal vivere in un contesto che nega costantemente la validità della propria esperienza.
Particolarmente insidiosa è la pressione nei contesti relazionali. Partner allonormativi possono interpretare l’assenza di attrazione come un rifiuto personale, spingendo la persona asessuale ad acconsentire a pratiche non desiderate per dimostrare amore o evitare l’abbandono. Questa forma di coercizione sottile raramente viene riconosciuta come tale, proprio perché basata sull’assunto culturale che il sesso sia una componente indispensabile dell’intimità.
Contrastare il pregiudizio anti-asessuale impone, innanzitutto, consapevolezza dell’esistenza stessa di questo orientamento. La formazione di professionisti sanitari, educatori e operatori sociali dovrebbe includere conoscenze accurate sull’asessualità, distinguendola da condizioni cliniche e riconoscendone la piena legittimità.
Sul piano culturale, sarebbe necessario rivedere l’idea che l’attrazione sessuale sia un prerequisito universale per costruire relazioni significative o un indicatore di maturità personale. L’asessualità non rappresenta un’assenza di affettività (molte persone asessuali desiderano relazioni romantiche profonde), ma semplicemente una diversa configurazione del desiderio sessuale.
Infine, conferire visibilità a narrazioni asessuali autentiche permetterebbe di contrastare gli stereotipi dominanti, creando uno spazio in cui l’asessualità possa essere concepita come una delle molteplici espressioni legittime della sessualità umana. Il progresso auspicabile non risiede nel tollerare chi non desidera il sesso, ma nel riconoscere che la sua esperienza è altrettanto valida e completa rispetto a quella di chiunque altro. Solo così si potrà portare alla luce chi finora è stato costretto nell’ombra.
Tirocinante: Martina Maria Anna Incorvaia
Tutor: Maurizio Leuzzi
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