in Devianza e Parafilie, Sexlog

In mezzo alla folla e alla distrazione che si prova spesso dentro un autobus, esiste un comportamento che può sfuggire agli sguardi, ma non al dolore e alla confusione di chi lo subisce: il frotteurismo, una forma insisdiosa di molestia che spesso passa inosservata.
Il frotteurismo, dal francese frotteur (“strofinare”), è una forma di parafilia in cui una persona prova un’intensa eccitazione sessuale toccando o sfregandosi contro un altro individuo non consenziente, spesso in luoghi affollati come trasporti pubblici, concerti o eventi sportivi. Viene diagnosticato come disturbo frotteuristico quando queste pulsioni vengono agite, oppure causano notevole sofferenza o compromissione del funzionamento sociale, lavorativo o personale di chi ne è affetto. Sebbene non sia chiaro come si sviluppi, si ritiene che le cause siano una combinazione di fattori psicologici, sociali e biologici.

Il disturbo è più comune tra uomini che toccano donne, anche se casi di donne che molestano uomini (o di adulti che molestano bambini) sono documentati. Il frotteurismo rimane, comunque, un reato, poiché implica un contatto a sfondo sessuale non consensuale. Nonostante il trattamento combini la psicoterapia, sia individuale che di gruppo, con i farmaci, spesso i frotteur ricevono il trattamento solo dopo essere stati arrestati per aggressione sessuale, e quindi risultano spesso riluttanti o poco motivati a seguirlo.

Seguendo questo fil rouge, esiste parallelamente in Giappone un fenomeno che si lega al comportamento frotteuristico: il “chikan”. Il termine viene utilizzato nella lingua giapponese per indicare sia gli atti di molestie sessuali nei mezzi pubblici, spesso compiuti tramite sfregamento o contatto fisico indesiderato, sia la persona che compie tali atti.

Il chikan in Giappone, è strettamente legato alla cultura giapponese dei trasporti pubblici. Tokyo, Osaka e altre grandi città giapponesi sono famose per i treni estremamente affollati ed è proprio in questi ambienti caotici che si verificano frequentemente episodi di molestie, la maggior parte delle volte ai danni di donne. Gli spazi ridotti e la vicinanza forzata tra le persone permettono ai molestatori, che spesso sono “salarymen” (impiegati, simbolo del potere ideologico delle figure patriarcali in Giappone) di agire inosservati o di scomparire facilmente tra la folla. Le donne giapponesi hanno spesso condiviso storie di molestie subite in silenzio, a causa di una società che per lungo tempo ha sminuito il problema e promosso il mantenimento dell’armonia sociale, spingendo le vittime ad evitare di denunciare per non creare disagi. Questo fenomeno ha infatti radici culturali profonde. In Giappone la forte pressione sociale ad evitare conflitti o scenate pubbliche ha portato molte donne a non denunciare le molestie. Questo atteggiamento di discrezione forzata ha involontariamente contribuito alla persistenza del problema, per cui le donne possono sentirsi costrette a minimizzare l’accaduto o addirittura a colpevolizzarsi.

Un aspetto altrettanto problematico è la rappresentazione feticistica, romanticizzata e sessualizzata dei chikan in alcune forme di cultura pop giapponese, come nei manga o negli anime. Questo tipo di rappresentazione può contribuire a normalizzare il comportamento deviante e confondere il confine tra fantasia e realtà per chi ne è già incline.

Negli ultimi anni, la consapevolezza riguardo al chikan è cresciuta in Giappone, e sono state introdotte diverse iniziative per “contrastarlo”. Alcuni dei provvedimenti includono la creazione di carrozze e vagoni della metropolitana per sole donne durante le ore di punta, proprio per proteggere le passeggere da potenziali molestatori; campagne di sensibilizzazione presso le stazioni e nei treni, spesso decorati con manifesti e annunci che incoraggiano le vittime a denunciare le molestie e i chikan di sedare il loro comportamento; moduli digitali per la denuncia anonima, come app per smartphone, che permettono alle vittime di segnalare casi di molestia senza dover affrontare direttamente il molestatore.

Non è, però, attraverso la creazione di vagoni esclusivi per donne che il problema verrà arginato. Il chikan non è solo un problema “legale”, ma anche culturale. La società giapponese è tradizionalmente riservata e attentissima al decoro pubblico e, per molto tempo ha trattato il fenomeno con una sorta di imbarazzo, evitando di parlarne apertamente.

Oggi, si sta assistendo a un cambiamento positivo, poiché molte donne hanno deciso di condividere le loro esperienze, creando una maggiore consapevolezza pubblica e incoraggiando le vittime a farsi avanti. Ma un modo più efficace per combattere il chikan a lungo termine è cambiare la narrativa culturale sugli stereotipi di genere. Non solo bisognerebbe offrire un sostegno legale e psicologico alle vittime, facilitando innanzitutto il processo di denuncia, ma bisogna coinvolgere gli uomini in modo diretto, implementando seminari di educazione sessuale in scuole e aziende. Il comportamento del chikan può essere dunque considerato una manifestazione del frotteurismo, poiché include l’elemento centrale del disturbo ossia il contatto fisico o lo sfregamento non consensuale come fonte di eccitazione.

È infine importante considerare che, dal punto di vista psicologico, gli individui con tendenze frotteuristiche spesso non riescono a sviluppare relazioni sessuali sane e consensuali, canalizzando la propria sessualità attraverso comportamenti antisociali e invasivi. I frotteur possono razionalizzare il loro comportamento credendo quindi che la vittima “non si accorgerà” o “non ne sarà danneggiata”, mentre in realtà il trauma psicologico per la vittima potrebbe essere significativo.

 

Tirocinante: Caterina Borrelli
Tutor: Maurizio Leuzzi

 

Bibliografia

-Horii, M., & Burgess, A. (2012). Constructing sexual risk:’Chikan’, collapsing male authority and the emergence of women-only train carriages in Japan. Health, Risk & Society, 14(1), 41-55.
-Ranger, R, & Fedoroff, P. (2015). Frotteurism. The International Encyclopedia of Human Sexuality. 369-426.

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