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Negli ultimi decenni, la rappresentazione queer nei media ha visto un forte incremento e, sebbene sia ancora spesso stereotipata o feticizzata, la sua popolarità è cresciuta enormemente, fino a conquistare un posto di primaria importanza nella produzione di serie TV, film, libri e fumetti. Allo stesso tempo, l’omotransfobia ancora presente all’interno delle industrie culturali e nel pubblico generale rende la pubblicazione di tali contenuti rischiosa, se non sgradita, anche a causa di fenomeni come il review bombing, la pratica di inondare di recensioni negative un prodotto mediatico non per la sua effettiva qualità, ma per la presenza di contenuti “woke” (in questo caso queer), con l’obiettivo di minare il successo dell’opera.

Col tempo, si è andata così sviluppando una strategia di marketing nota come queerbaiting, termine coniato dagli stessi fruitori dei media per indicare la tendenza ad accennare deliberatamente o a pubblicizzare una rappresentazione queer per attrarre l’attenzione e gli investimenti della comunità LGBTQ+, senza tuttavia portare tali promesse a compimento. Il queerbaiting può manifestarsi non solo prima dell’uscita di un determinato prodotto (una delle pratiche più frequenti), ma all’interno dell’opera stessa: amicizie tra persone dello stesso genere che ricalcano i canoni della narrazione romantica, con dichiarazioni che sembrano tutto fuorché platoniche, per poi terminare irrimediabilmente in relazioni eterosessuali; oppure la pratica del cosiddetto Bury Your Gays, che prevede la morte del o dei personaggi queer, evento che si verifica di frequente subito dopo che una relazione si è formata o appare sul punto di farlo.

Questa dinamica permette alle produzioni di bilanciare gli interessi economici con quelli politici, attirando la comunità LGBTQ+ che desidera credere nel potenziale della storia e placando, al contempo, gli utenti più conservatori, lucrando di fatto sul bisogno di rappresentatività di una minoranza fragile e già esposta. Tale desiderio nasce dalla consapevolezza che i media possono fare la differenza nel riconoscimento della dignità della comunità e nella riduzione dello stigma sociale, proprio grazie al meccanismo del contatto parasociale.

Il contatto parasociale è una modalità di relazione con gruppi più o meno differenti dal proprio, mediata dai mezzi di comunicazione (tra cui libri o opere teatrali), che può proporsi come veicolo per un incontro diverso da quello vis-à-vis, ma non per questo meno proficuo. Il vantaggio principale di questo approccio consiste nel superare l’ostacolo rappresentato dalla scarsa disponibilità diretta di membri dell’outgroup con cui interagire, vincolo di cui occorre invece tenere conto quando si progetta un intervento basato sul contatto diretto, secondo il modello teorico proposto originariamente da Allport. Questo tipo di strategia ha dimostrato efficacia in diversi studi nel ridurre il pregiudizio verso differenti minoranze e ha favorito l’instaurarsi di legami parasociali tra fruitori e personaggi: da un lato offrendo ai membri di tali gruppi un modo per sentirsi riconosciuti e rappresentati, dall’altro fornendo alle persone esterne un canale per connettersi empaticamente con loro.

È un gioco cinico, dunque, quello di mettere in luce comunità marginalizzate al solo scopo di trarne profitto; un gioco reso possibile anche dall’estrema flessibilità con cui il queerbaiting può esprimersi. Del resto, come lo si può distinguere dalla genuina volontà di rappresentare una sfumatura dell’amore o dell’identità queer? La risposta risiede nell’onestà della presentazione del prodotto stesso. Un’opera che ha davvero a cuore la rappresentazione si mostrerà orgogliosa delle proprie scelte e si muoverà con la medesima dignità all’interno della narrazione, persino laddove i personaggi affrontino difficoltà o vivano sentimenti non ricambiati. L’obiettivo ideale non è offrire una visione patinata della comunità LGBTQ+, ma una narrazione capace di sostenere i bisogni reali di chi ne fa parte, rispettandone le diversità e la complessità, mettendo il valore della storia e della rappresentazione davanti al mero guadagno.

Tirocinante: Martina Maria Anna Incorvaia

 

Tutor: Maurizio Leuzzi

 

 

Bibliografia:

– Brennan, J. (2016). Queerbaiting: The ‘playful’ possibilities of homoeroticism. International Journal of Cultural Studies, 21(2), 189–206. https://doi.org/10.1177/1367877916631050 ;

 

– Martin, C. D. M., Pilar, N. M. S., & Pangan, R. D. (2022). A phenomenological study on the reception of Philippine LGBTQ+ audiences towards queerbaiting in American television series. Asian Journal of Behavioural Sciences. https://doi.org/10.55057/ajbs.2022.4.2.1;

 

– McDermott, M. (2020). The (broken) promise of queerbaiting: Happiness and futurity in politics of queer representation. International Journal of Cultural Studies, 24(5), 844–859. https://doi.org/10.1177/1367877920984170 ;

 

– Moolenijzer, N. B., & Dew, K. (2023). “They know that it works because we are looking for ourselves” – LGBTQ+ TikTok Users’ Perceptions and Experiences of Queerbaiting. MobileHCI ’23: 25th International Conference on Mobile Human-Computer Interaction, 1–6. https://doi.org/10.1145/3565066.3608705 .

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