in Devianza e Parafilie, Sexlog

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Il masochismo, a lungo relegato ai margini della discussione scientifica o confinato esclusivamente nell’ambito delle parafilie e delle dinamiche cliniche severe, sta trovando una nuova e sorprendente chiave di lettura attraverso la psicologia evoluzionistica e gli studi transdisciplinari. Quando si parla di masochismo non sessuale, o “masochismo benigno”, ci si riferisce alla tendenza diffusa, complessa e squisitamente umana di accogliere e cercare il piacere attraverso il gioco sicuro con livelli stimolanti di dolore fisico o emozioni negative. Le manifestazioni di questo comportamento pervadono la nostra quotidianità molto più di quanto si tenda a riconoscere: si pensi, ad esempio, al consumo di cibi incredibilmente piccanti che simulano una vera e propria ustione chimica sulle papille gustative, alla visione di film horror capaci di terrorizzare e accelerare il battito cardiaco, o ancora al fenomeno del dark tourism, ovvero i viaggi intrapresi verso mete estreme o luoghi segnati da tragedie storiche. In tutte queste situazioni, la coesistenza di attrazione e repulsione solleva interrogativi affascinanti sui bisogni psicologici profondi che guidano una simile inclinazione.

Per comprendere le radici di questo comportamento, la psicologia contemporanea ha dovuto superare i vecchi modelli riduzionisti, basati unicamente sulla “riduzione del danno” o sull’idea che il piacere derivi solo dal sollievo successivo alla fine dello stimolo doloroso. Il masochismo benigno non è una reazione passiva, ma si configura come un vero e proprio tratto della personalità, una predisposizione stabile che varia da individuo a individuo lungo un continuum. Chi si colloca nei livelli più alti di questa scala non subisce il disagio per costrizione, ma lo ricerca attivamente come fonte di gratificazione, eccitazione e stimolazione cognitiva. Non si tratta di una patologia, bensì di una sfaccettatura della normale variabilità umana nell’esperienza edonica.

La spiegazione biologica ed evolutiva più solida radica questo fenomeno nel concetto fondamentale di gioco. Negli esseri umani, così come in molti altri mammiferi, il gioco rappresenta una palestra biologica imprescindibile per la sopravvivenza. I cuccioli che giocano a rincorrersi o a simulare una lotta stanno in realtà facendo pratica in un ambiente protetto, allenando riflessi e strategie utili per il futuro. Allo stesso modo, esporsi volontariamente a situazioni che evocano paura, tristezza, disgusto o moderata sofferenza fisica risponde ad un bisogno ancestrale di testare i propri limiti, esplorando i confini della propria tolleranza corporea ed emotiva, e di allenarsi psicologicamente a gestire l’inaspettato, l’ansia e la minaccia senza esserne sopraffatti. Partecipare a un’escursione termica o acrobatica estremamente faticosa, o visitare un luogo spettrale, agisce come una simulazione controllata della realtà che permette di sperimentare una forte attivazione emotiva senza correre un pericolo di vita reale.

Un elemento cruciale che differenzia il masochismo benigno dalla pura e semplice sofferenza distruttiva è il meccanismo del distanziamento psicologico, strettamente legato alla percezione di assoluta sicurezza. Quando ci si espone allo stimolo, il corpo attiva i suoi segnali d’allarme biologici primitivi: viene secreta adrenalina, il battito cardiaco accelera, i muscoli si tendono o si produce un pianto genuino. Tuttavia, la corteccia cerebrale e i processi cognitivi superiori mantengono la piena consapevolezza dell’assenza di una minaccia reale. Si viene così a creare una cornice protettiva o metacognitiva in cui lo stimolo avversivo originario viene reinterpretato e trasformato in qualcosa di piacevole. È l’esperienza del controllo, una sorta di trionfo della mente sui vincoli biologici del corpo. Se questa percezione di sicurezza viene meno anche solo per un istante, l’attività cessa immediatamente di essere un gioco gratificante e si trasforma in un’esperienza puramente traumatica, sgradevole e avversiva.

Accanto al bisogno di esplorazione e simulazione, il masochismo risponde a istanze profonde della psiche che toccano sia la sfera edonica sia quella eudaimonica. Sul piano edonico, l’attivazione contemporanea di affetti positivi e negativi genera un’intensità emotiva e una scossa neurobiologica che contrasta efficacemente la noia, l’appiattimento affettivo e la saturazione della vita quotidiana routinaria. Sul piano eudaimonico, invece, l’esperienza del dolore o del disagio superato porta con sé un profondo senso di realizzazione, orgoglio e crescita personale. Conquistare una vetta difficile affrontando la fatica fisica intensa, o tollerare l’impatto emotivo e lacerante di una narrazione drammatica, conferisce un significato profondo all’azione, arricchendo il bagaglio di esperienze dell’individuo e aumentando la percezione della propria autoefficacia.

In conclusione, il masochismo non deve essere interpretato come una bizzarria disfunzionale o un’anomalia del comportamento. Al contrario, quando declinato nelle sue forme benigne, protette e consapevoli, si rivela uno strumento psicologico altamente sofisticato attraverso cui l’essere umano negozia con le proprie paure ancestrali, ricerca significati esistenziali e trasforma la vulnerabilità biologica in una fonte controllata di piacere, consapevolezza e resilienza.

 

 

Tirocinante: Martina Maria Anna Incorvaia

Tutor: Maurizio Leuzzi

 

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