in Devianza e Parafilie, Sexlog

Creata con IA

Identificata in ambito clinico e medico-legale anche come necrofilismo, necrocoito o tanatofilia, la necrofilia rappresenta una condizione particolarmente complessa. Secondo i criteri del DSM-5, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, non viene classificata come una malattia mentale indipendente, ma rientra nella più ampia categoria delle parafilie. L’etimologia del termine ci riconduce direttamente alle parole greche nekros, ovvero cadavere, e philia, che indica amore o affinità. Storicamente, il termine sembra essere stato coniato dallo psichiatra Joseph Guislain durante una conferenza tenuta nell’inverno del 1850. In quell’occasione, Guislain parlò diffusamente dei cosiddetti pazzi distruttivi, portando come esempio il celebre caso del sergente Bertrand, passato alle cronache dell’epoca come un dissotterratore di cadaveri. Sotto il profilo storico e antropologico, la letteratura medico-legale evidenzia come tracce di pratiche affini risalgano alle antiche civiltà, dove talvolta venivano interpretate come strumenti spirituali per comunicare con i defunti. Il fenomeno fa la sua comparsa ufficiale sia nella mitologia greca, all’interno di racconti legati a unioni feconde con consorti defunti, sia in alcune raffigurazioni in ceramiche appartenenti alle popolazioni precolombiane del Sud America. Nel corso dei secoli, questa parafilia è emersa in numerosi e noti casi di cronaca nera. Tra i profili criminali più celebri in cui è stato riscontrato questo comportamento si possono citare Ted Bundy, Jeffrey Dahmer ed Albert Fish, fino ad arrivare alle ricostruzioni dibattimentali italiane riguardanti Pietro Pacciani. Di fronte a una tale complessità, gli studiosi hanno sviluppato diversi tentativi di classificazione per fare chiarezza ed eliminare terminologie fuorvianti. Come viene spesso evidenziato dagli esperti del settore, il fenomeno abbraccia uno spettro estremamente vasto di condotte, che spaziano dal semplice desiderio di convivere con un partner vivente che acconsente a fingersi morto, fino all’atto estremo di uccidere un essere umano per il solo fine di poterne possedere il cadavere. Tra i sistemi tassonomici più utilizzati in ambito clinico e forense si distingue anzitutto il modello di Rosman e Resnick.

Questo sistema differenzia i soggetti in due macro-gruppi, separando la necrofilia genuina o vera, in cui il corpo esanime è l’oggetto primario delle fantasie, dalla pseudonecrofilia, definita invece come un’attrazione transitoria e non esclusiva per il cadavere. Trattati moderni come Necrophilia: Forensic and Medico-legal Aspects tendono oggi a superare l’uso di termini soggettivi come la pseudonecrofilia per concentrarsi su classi comportamentali oggettive. Queste scale si fondano sulla gravità del disturbo psicosessuale e sono strutturate secondo un ordine progressivo che va dai comportamenti meno offensivi fino a quelli a massima pericolosità sociale. Un’ulteriore e dettagliata articolazione del fenomeno è quella proposta da Anil Aggrawal, che suddivide i soggetti necrofili in dieci classi specifiche. All’inizio di questa scala si trovano i cosiddetti giocatori di ruolo della prima classe, soggetti che coinvolgono partner vivi ai quali viene chiesto di simulare la morte per incrementare l’eccitazione. La seconda classe accoglie invece i necrofili romantici, individui che sviluppano una tendenza lieve legata a un lutto profondo, manifestando l’incapacità psicologica di separarsi dal corpo della persona amata. Proseguendo, si incontrano i necrofili fantasisti della terza classe, che non consumano rapporti fisici ma traggono eccitazione dalla frequentazione di cimiteri o camere ardenti e dalla semplice contemplazione visiva. I passaggi successivi vedono i necrofili tattili della quarta classe, che necessitano del contatto erotico con il corpo, e i necrofili feticisti della quinta classe, inclini ad asportare parti anatomiche del cadavere per utilizzarle successivamente in privato. Le categorie più gravi della classificazione di Aggrawal evidenziano condotte progressivamente più distruttive. Nella sesta classe rientrano i necromutilomani, la cui gratificazione erotica non deriva dal rapporto sessuale ma dalla mutilazione del cadavere unita all’autoerotismo.

La settima classe descrive i necrofili opportunisti, assimilabili alla pseudonecrofilia, i quali pur prediligendo partner vivi non esitano ad approfittare della disponibilità estemporanea di un corpo esanime. L’ottava classe è invece occupata dai necrofili regolari, che rifiutano categoricamente i rapporti con i vivi, indirizzando il desiderio esclusivamente verso i defunti. Il livello di massima allerta sociale si raggiunge con la nona classe, quella dei necrofili omicidi: in questo caso, il soggetto sperimenta un impulso così coercitivo da ricorrere all’assassinio per procurarsi l’oggetto del proprio desiderio, dinamica che spesso porta alla nascita di serial killer seriali come Edmund Kemper o Jerry Brudos. Infine, la decima classe descrive i necrofili esclusivi, varianti rare in cui si manifesta una totale impotenza psicogena di fronte a partner viventi, rendendo il cadavere l’unico elemento in grado di attivare la risposta sessuale. Sotto il profilo dell’origine del disturbo, l’eziologia della necrofilia rimane tuttora complessa e priva di una definizione univoca, a causa dell’estrema eterogeneità dello spettro comportamentale. I modelli teorici attuali si dividono principalmente in filoni biologici e psicoanalitici. Dal punto di vista prettamente biologico, non esistono ricerche empiriche che abbiano dimostrato l’esistenza di un gene specifico correlato alla necrofilia; l’ipotesi clinica si orienta piuttosto verso possibili disfunzioni neurobiologiche o deficit cognitivi congeniti in grado di alterare lo sviluppo dei giudizi morali e della sensibilità sociale, portando l’individuo a considerare accettabili impulsi profondamente aberranti. L’ipotesi attualmente più accreditata in ambito psicologico-forense individua il nucleo del problema in una profonda inadeguatezza relazionale e sessuale. Molti di questi soggetti soffrono di gravi stati ansiosi, timore del rifiuto o distorsioni cognitive radicate che determinano una forte impotenza di fronte a partner viventi. Poiché non presentano deficit di natura fisiologica, l’interazione con un cadavere, vissuto come un oggetto interamente passivo, non giudicante e privo di volontà, annulla l’ansia da prestazione e l’insicurezza relazionale, permettendo il funzionamento sessuale. L’inquadramento clinico e i relativi protocolli di trattamento richiedono un approccio multidisciplinare approfondito, volto a esaminare i modelli di eccitazione sessuale, i livelli ormonali, l’eventuale abuso di sostanze e i fattori cognitivi o sociali del paziente. I percorsi terapeutici integrati si basano sulla modifica dei pattern di eccitazione anomali, sul potenziamento delle abilità sociali, sulla ristrutturazione delle distorsioni cognitive e su strategie mirate alla prevenzione delle ricadute, talvolta affiancate da terapie farmacologiche ormonali per la riduzione del desiderio. Tuttavia, data la rarità e la delicatezza della condizione, la comunità scientifica concorda sulla necessità di promuovere ulteriori ricerche empiriche per affinare le conoscenze cliniche e migliorare l’efficacia dei trattamenti disponibili.

Tirocinante: Asia Benefazio

Tutor: Maurizio Leuzzi

Bibliografia:

 

Aggrawal, A. (2010). NECROPHILIA Forensic and Medico-legal Aspects. CRC Press.

Association, A. P. (May 2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (fifth

edition).

Jonathan P. Rosman, M., & and Philips J. Resnick, M. (1989). Sexual Attraction to Corpses: A

Psychiatric Review of Necrophilia. Bull Am Acad Psychiatry Law, Vol. 17, No. 2, 1989, 11.

Pettigrew, M. (2018, March 06). Fantasy, Opportunity, Homicide: Testing Classifications of

Necrophilic Behaviour. Journal of Police and Criminal Psychology, p. 9.

Pradeep Kumar, S. R. (2019, June). Necrophilia: An Understanding. International Journal of Indian

Psyhology, p. 12.

Condividi

Lascia un commento