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Per secoli, il clitoride è stato scoperto, ignorato, rimosso e riscoperto, come se la scienza medica faticasse a fare i conti con un organo la cui unica funzione dichiarata è il piacere femminile. La sua storia è uno specchio fedele di come le dinamiche culturali, religiose e di genere abbiano condizionato e spesso distorto la produzione della conoscenza anatomica. La prima descrizione sistematica in Occidente risale al 1559, quando il medico italiano Matteo Realdo Colombo lo definì sedes libidinis (“sede del piacere”) nel suo trattato De re anatomica. Già prima di lui, tuttavia, Rufo di Efeso intorno al 110 d.C. aveva nominato la struttura con il termine kleitoris, da cui deriva kleitoriazein (“titillare”) in greco antico. Nonostante ciò, Galeno non gli attribuì alcuna voce autonoma nell’anatomia femminile, e la sua autorità dominò la medicina per oltre un millennio. Nel Medioevo il quadro peggiorò ulteriormente: il Malleus Maleficarum lo ribattezzò “capezzolo del diavolo”, mentre Vesalius continuò a negarne l’esistenza nelle donne, interpretandone la presenza come un segno di ermafroditismo. Il Seicento portò qualche progresso: l’olandese Regnier De Graaf ne offrì una descrizione precisa, stupito che tanti colleghi non l’avessero mai menzionato pur trovandolo “ben percepibile alla vista e al tatto” in ogni cadavere. Nel 1844, l’anatomista tedesco Georg Ludwig Kobelt descrisse per la prima volta sia la componente esterna che quella interna, incluse le strutture arteriose e nervose. Eppure, il clitoride continuò a scomparire e riapparire come un fantasma nei testi: la venticinquesima edizione di Gray’s Anatomy del 1948 non conteneva alcuna rappresentazione anatomica dell’organo. Quando fu infine incluso nella quarantesima edizione, veniva descritto come “una piccola versione del pene”, non un organo a sé, ma un’appendice ridotta di qualcos’altro.

Questa cancellazione sistematica ha avuto conseguenze culturali profonde. Uno studio sociologico di Waskul, Vannini e Wielsen (2007) condotto su donne americane ha mostrato che la maggioranza scopriva le sensazioni clitoridee nell’infanzia, ma ne apprendeva il nome e la funzione solo in tarda adolescenza, mai attraverso la scuola o la famiglia, bensì tramite i media o i pari. Gli autori definiscono questo fenomeno “clitoridectomia simbolica”: non la rimozione fisica, ma la cancellazione dal linguaggio e dall’immaginario. Le donne vivevano così in un “purgatorio simbolico”, conoscevano la sensazione, ma non avevano parole per nominarla. La svolta scientifica è arrivata nel 2005, quando la ricercatrice australiana Helen O’Connell ha pubblicato sul Journal of Urology la prima descrizione completa basata su istologia, immunoistochimica e risonanza magnetica. Il risultato è stato sorprendente: il clitoride è almeno il doppio delle dimensioni riportate nei libri di testo. La sua struttura interna, costituita da corpi cavernosi, corpo spongioso diviso in due bulbi ai lati della parete vaginale, glande e crura, è molto più estesa di quanto lasciasse intendere la piccola protuberanza visibile all’esterno. La mappa più dettagliata mai realizzata è giunta però solo nel 2026, grazie a uno studio dell’Amsterdam University Medical Center. Utilizzando la Hierarchical Phase-Contrast Tomography, una tomografia a raggi X basata su un sincrotrone, capace di produrre immagini tridimensionali con risoluzione al micrometro, i ricercatori hanno scansionato due pelvi femminili post-mortem con un livello di dettaglio senza precedenti. Il nervo dorsale del clitoride (DNC), principale via sensoriale dell’organo, non si esaurisce ai margini del glande come si riteneva in passato, al contrario, si ramifica al suo interno con uno schema ad albero, proiettando verso la superficie cinque grandi tronchi nervosi con diametri compresi tra i 230 e i 700 micrometri. Alcune diramazioni risalgono inoltre verso il monte di Venere e il prepuzio clitorideo, zone che i manuali chirurgici attuali non includevano nella cosiddetta “zona di pericolo” da preservare durante gli interventi. Studi istologici precedenti avevano già rilevato che la densità di innervazione del clitoride è da sei a quindici volte superiore a quella del pene; ricerche su modelli animali hanno registrato nel glande clitorideo una densità di neuroni meccanorecettori ben sedici volte maggiore rispetto al glande penieno. Le implicazioni cliniche riguardano in primo luogo la chirurgia di affermazione di genere e la labioplastica, quest’ultima cresciuta del 70% tra il 2015 e il 2020. Disporre di una mappa nervosa tanto dettagliata consente di operare con maggiore precisione e di ridurre il rischio di danni sensoriali. Lo stesso vale per gli interventi di ricostruzione genitale su donne che hanno subito mutilazioni genitali femminili: conoscere con esattezza il percorso dei rami nervosi non è un dettaglio secondario, specie considerando che una quota significativa di loro riporta un peggioramento dell’esperienza orgasmica dopo l’operazione.

Quello che emerge è qualcosa di più di una lacuna scientifica colmata. È la storia di come l’anatomia femminile sia stata a lungo descritta attraverso uno sguardo moralizzante e ostile al piacere delle donne, un piacere che non generava figli e che quindi, letteralmente, non meritava nemmeno di essere nominato. Il clitoride è stato “scoperto” più volte nella storia, e ogni volta ha rischiato di scomparire di nuovo. Oggi, con una mappatura che arriva fino ai rami di pochi decimi di millimetro, disponiamo della conoscenza più precisa che la scienza anatomica abbia mai prodotto su questo organo. Tarda, ma finalmente reale.

Tirocinante: Gaia Giordano

Tutor: Maurizio Leuzzi

 

BIBLIOGRAFIA

Charlier P., Deo S., Perciaccante A. (2020). A Brief History of the Clitoris. Archives of Sexual Behavior, 49, 47–48.

Lee J.Y. et al. (2026). Neuroanatomy of the clitoris. bioRxiv preprint, doi: 10.64898/2026.03.18.712572.

Waskul D.D., Vannini P., Wiesen D. (2007). Women and Their Clitoris. Symbolic Interaction, 30(2), 151–174.

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