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Il turismo sessuale è uno di quei fenomeni che esistono da sempre, ma che faticano a trovare uno spazio serio nel dibattito pubblico, finendo spesso intrappolati tra la demonizzazione e la banalizzazione. Due recenti contributi scientifici, un’analisi bibliometrica pubblicata nel 2024 sull’Academic Journal of Interdisciplinary Studies ed una revisione narrativa della letteratura pubblicata nel 2020 su Tropical Diseases, Travel Medicine and Vaccines, offrono invece uno sguardo più articolato e fondato su oltre trent’anni di ricerca. La definizione adottata dai Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CDC) degli Stati Uniti descrive il turismo sessuale come un viaggio pianificato specificamente allo scopo di avere rapporti sessuali, generalmente in un paese in cui la prostituzione è legale. Tuttavia, i ricercatori sono i primi ad avvertire che questa definizione è incompleta. Il fenomeno comprende infatti anche incontri non commerciali, spesso tra turisti provenienti da paesi economicamente avanzati e membri delle comunità ospitanti; in alcuni casi, inoltre, riguarda individui che cercano all’estero la libertà di esplorare la propria identità sessuale in modi non consentiti nel contesto di origine. La linea che separa turismo sessuale, turismo romantico e lavoro sessuale è sottile, e riconoscerla ha implicazioni concrete sia sul piano giuridico sia su quello della salute pubblica. I dati sulla diffusione del fenomeno sono significativi. Prima della pandemia di COVID-19, si registravano a livello globale 1,4 miliardi di arrivi turistici all’anno. Una meta-analisi del 2018 ha mostrato che il Sud e il Centro America, i Caraibi, la Thailandia e Cuba sono le destinazioni più frequentemente associate a incontri sessuali occasionali durante i viaggi. Ad essere maggiormente esposti sono soprattutto gli uomini, i viaggiatori più giovani, chi viaggia da solo o con amici, chi fa uso di alcol o sostanze e chi soggiorna per periodi prolungati. Il turismo sessuale femminile esiste ed è documentato, in particolare nei Caraibi, ma rimane tuttora meno studiato. L’aspetto su cui la scienza ha prodotto le prove più robuste riguarda i rischi per la salute. Il legame tra turismo sessuale e infezioni sessualmente trasmissibili (IST) è documentato fin dagli anni Ottanta, quando uno studio sull’AIDS in Thailandia diventò il riferimento fondativo dell’intera letteratura sul tema. I tassi di infezione tra i lavoratori del sesso possono essere elevatissimi, fino all’88% a Nairobi e i viaggiatori rappresentano un vettore reale di diffusione globale. Una meta-analisi ha calcolato che circa il 49% dei viaggiatori sessualmente attivi all’estero ha rapporti non protetti, una cifra che sale ulteriormente in alcune popolazioni specifiche. Le ragioni sono culturalmente radicate: la percezione che il sesso non protetto sia più “maschile” o piacevole, la pressione sociale, l’imbarazzo e la convinzione errata che il sesso eterosessuale sia un’attività a basso rischio. A complicare il quadro si aggiunge la crescente resistenza antimicrobica di diversi patogeni, che rende alcune infezioni contratte durante i viaggi sempre più difficili da trattare. La ricerca ha dedicato spazio crescente anche ai viaggiatori appartenenti alla comunità LGBTQ+, che hanno tre volte più probabilità di avere incontri occasionali rispetto agli eterosessuali durante i viaggi. Per molti di loro, lo spostamento rappresenta un’opportunità di libertà e autoespressione in contesti meno repressivi. Allo stesso tempo, studi condotti in diversi paesi documentano alti tassi di rapporti non protetti, uso di droghe ricreative e scarsa comunicazione sul siero-status HIV tra partner occasionali, configurando un profilo di rischio che merita un’attenzione specifica da parte dei professionisti della medicina dei viaggi.

L’aspetto più grave riguarda i minori. Il turismo sessuale che coinvolge bambini e adolescenti è un crimine ed una violazione gravissima dei diritti umani. Si stima che ogni anno oltre 1,2 milioni di bambini siano vittime di tratta nel mondo e che il turismo sessuale minorile ne coinvolga più di 2 milioni. La povertà, la debolezza dei sistemi di protezione sociale e la scarsa istruzione rendono i minori estremamente vulnerabili; il dark web, inoltre, ha moltiplicato le reti tra abusatori, rendendo ancora più urgente una risposta legislativa coordinata a livello internazionale. La pandemia ha ulteriormente aggravato la situazione: la chiusura delle scuole e l’isolamento sociale hanno aumentato il contatto tra minori e predatori online, mentre secondo i dati citati dalla Commissione Europea il consumo di materiale pedopornografico in Europa è cresciuto del 30% durante i lockdown. La ricerca suggerisce che i medici che effettuano consulenze pre-viaggio dovrebbero includere sistematicamente quesiti sulla salute sessuale e fornire materiali informativi scritti, che si sono dimostrati più efficaci delle sole raccomandazioni verbali. La profilassi pre-esposizione all’HIV (PrEP) è uno strumento che merita una maggiore diffusione tra i viaggiatori a rischio. Sul piano normativo, la letteratura indica che la regolamentazione del settore è necessaria per proteggere le persone più vulnerabili e contenere la diffusione delle IST. Restano comunque aree poco esplorate il ruolo dei siti web dedicati nel reclutamento e nell’alimentazione del fenomeno, la salute mentale dei lavoratori del sesso e le implicazioni delle nuove tecnologie sul futuro del settore. Il turismo sessuale è, in fondo, uno specchio delle disuguaglianze globali. Si nutre di squilibri economici, di norme di genere non risolte e di sistemi di protezione inadeguati. La ricerca scientifica non offre risposte semplici, ma indica con chiarezza che ignorare il fenomeno o trattarlo come un tabù non aiuta nessuno, tanto meno le persone vulnerabili che continuano a subirne le conseguenze

Tirocinante: Asia Benefazio

Tutor: Maurizio Leuzzi

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