in Devianza e Parafilie, Sexlog

I reati sessuali commessi dal sesso femminile sono stati per lungo tempo ignorati. Pregiudizi, luoghi comuni e false credenze hanno fatto sì che questo fenomeno restasse nell’ombra. La donna, da sempre percepita come un essere passivo, debole, dolce e accudente viene considerata incapace di atti brutali o aggressivi. Tale rifiuto si amplifica se consideriamo come autrice di comportamenti abusanti una minore, nell’immaginario collettivo considerata bisognosa di attenzioni, controllo e protezione. Solo di recente si è iniziato a considerare l’ipotesi che violenze e abusi sessuali possano essere agiti anche da adolescenti femmine.

Nello specifico, si può definire F.A.S.O. (Female Adolescente Sexual Offender) “qualsiasi ragazza di età compresa tra i 12 e i 17 anni che abbia commesso atti sessuali con una persona di qualsiasi età senza il suo consenso, contro la sua volontà, con modalità aggressive, di sfruttamento o minacciose” (Petrone, 2017).
Sebbene si tratti di un gruppo estremamente eterogeneo, gli studi svolti sulle F.A.S.O. dimostrano che nella quasi totalità dei casi esse sono state vittime, bambine abusate a loro volta e divenute adolescenti che mettono in atto comportamenti sessualmente abusivi per liberarsi da un peso opprimente.

Alleviano il proprio dolore attraverso il meccanismo dell’identificazione con l’aggressore: replicano la vittimizzazione subita ponendosi nel ruolo dell’aggressore. Il che permette loro di superare il senso di impotenza, l’immagine negativa di sé e la perdita di fiducia negli altri. In generale, è possibile descrivere le F.A.S.O. come persone caratterizzate da un alto livello di ritiro sociale, scarsa capacità empatica, difficoltà a instaurare relazioni adeguate con il gruppo di pari e a mantenere relazioni interpersonali sane.

Presentano spesso problematiche di salute mentale come ansia, depressione, disturbo post-traumatico da stress (PTSD) e problemi di identità sessuale. Tendono ad alleviare il proprio malessere e a ridurre il senso di colpa facendo uso frequente di alcol e sostanze stupefacenti. Mathews e collaboratori, nel 1997, furono i primi ad individuarne tre distinti sottotipi:
1) Adolescenti che hanno commesso un unico o più reati sessuali: la vittima è un bambino con cui non hanno nessun tipo di relazione. In questo gruppo di adolescenti non si riscontrano particolari psicopatologie, maltrattamenti precedenti o disfunzioni familiari.
2) Adolescenti che hanno usato un comportamento illecito più ampio rispetto a quello del gruppo precedente: tale gruppo presenta livelli medi di psicopatologia individuale, disfunzione familiare e maltrattamenti subiti durante l’infanzia. Il comportamento abusante sembra essere causato da precedenti esperienze di vittimizzazione. Evitano le relazioni sessuali all’interno delle quali non possono avere il controllo, per questo scelgono i bambini.
3) Adolescenti in cui si riscontrano comportamento abusivo ripetitivo, livelli significativi di traumatizzazione, moderati livelli di psicopatologia e disfunzione individuale e familiare. Questo gruppo presenta elevati livelli di disagio psicologico come PTSD, depressione e ansia, oltre ad una significativa compromissione della capacità di costruire un legame di attaccamento sano. Sono piuttosto frequenti disturbi della condotta, comportamenti impulsivi come abuso di alcol o droghe, tentativi di suicidio, false dichiarazioni (Petrone, 2017).

Nessuna motivazione che spinge all’abuso può essere ritenuta unica, bisogna considerare una molteplicità di fattori eziologici, tra cui fattori prossimali e fattori distali. I primi comprendono aspetti ereditari, come il temperamento, ed esperienze precoci di sviluppo, come maltrattamenti e abusi subiti durante l’infanzia. I secondi fanno riferimento a stati psicologici ed affettivi, come solitudine ed emozioni negative, ed eventi scatenati, come stress e conflitti interpersonali.

I primi creano una predisposizione, i secondi rendono il soggetto vulnerabile e lo conducono alla messa in atto del reato. La reiterazione dell’atto avviene grazie alla negazione, alla minimizzazione del danno inflitto e alla razionalizzazione del comportamento attuato, in questo modo l’adolescente abusante riesce a trovare una giustificazione alle sue azioni e riduce il disagio provocato dal senso di colpa (Petrone, 2017).

La vittima designata è un bambino (o una bambina) con scarsa autostima e fiducia in sé, un bambino bisognoso di affetto e sicurezza, un bambino che solitamente intrattiene un rapporto di qualche tipo con la sua carnefice. L’adolescente abusante, a sua volta desiderosa d’amore, condurrà la vittima nella trappola illusoria della “relazione privilegiata”.

Il bambino sarà confuso, avrà difficoltà ad esprimere la rabbia che prova per essere stato violato e maltrattato da una persona che avrebbe dovuto proteggerlo ed accudirlo. Vive un’esperienza intensamente dolorosa che riesce a gestire unicamente attraverso la rimozione dell’intero ricordo del trauma, giungendo a veri e propri stravolgimenti della personalità e a disturbi dissociativi nei casi più gravi. Il bambino abusato difficilmente comunicherà esplicitamente le violenze subite, teme di non essere creduto, preferisce tacere (Petrone, 2017).
La difficoltà nel riconoscere la possibilità che l’abuso sessuale agito da un’adolescente femmina esista, rende invisibile questo fenomeno. Rende invisibile il dolore delle vittime.

 

Tirocinante: Lisa Di Gianvincenzo
Tutor: Cristiana Sardellitti

 

Bibliografia
Petrone, L. (2017). Le adolescenti autrici di abuso sessuale. Alpes Italia.

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