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La violenza sessuale appare prevalentemente come una prerogativa maschile. Lo suggeriscono i dati ISTAT che delineano un quadro drammatico: una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni, ha subito in Italia una qualche forma di violenza fisica o sessuale, per un totale di circa 7 milioni di vittime. Le ricerche effettuate nel 2014 e una più recentemente, nel 2025 confermano la stabilità di tale fenomeno con una rilevata crescita della violenza sessuale dal 6.4% al 7.3%.

Se si analizzano i dati relativi alle vittime maschili, un fenomeno spesso sommerso e poco documentato, una ricerca ISTAT del 2018 evidenzia che, nel biennio 2015–2016, circa 3 milioni e 754 mila uomini hanno subìto abusi sessuali nel corso della vita: un numero inferiore rispetto a quello femminile, ma comunque estremamente significativo.

È interessante osservare le differenze nelle modalità di espressione e nelle motivazioni sottostanti le diverse forme di violenza. Le donne tendono a prediligere un’aggressività di tipo indiretto o relazionale, volta principalmente a esercitare un controllo intellettivo e sociale. Di contro, le forme di violenza agite contro gli uomini includono molestie verbali, stalking e aggressività fisica. Resta quindi centrale interrogarsi sul perché la violenza sessuale sia così intrinsecamente associata al genere maschile. Anche esaminando i dati relativi agli uomini abusati, specialmente durante l’infanzia, emerge come le figure abusanti siano prevalentemente maschili e spesso interne alla sfera familiare o parafamiliare (padri, nonni, zii).

A livello neurobiologico, uno studio di Hashikawa et al. (2017) ha esplorato il ruolo di specifiche popolazioni neuronali nel modulare il comportamento aggressivo nel cervello femminile. L’indagine si è concentrata sulla porzione ventrolaterale dell’ippotalamo ventromediale (VMHvl) e sui suoi neuroni sensibili agli estrogeni, cercando di capire se fossero centrali anche per l’aggressività femminile. Fino a quel momento, infatti, il loro ruolo era noto solo nei maschi; la scienza aveva trascurato il cervello femminile, preferendo concentrare per decenni le proprie ricerche e i modelli animali quasi esclusivamente su quello maschile.

I neuroni  nel VMHvl mostrano una forte attivazione quando le femmine attaccano un intruso. Tale attività è altamente specifica: aumenta durante l’aggressione e l’interazione sociale ostile, ma non in relazione a comportamenti non correlati, come quello sessuale. Questo suggerisce che il VMHvl contenga moduli neurali separati per l’aggressività e la sessualità nel cervello femminile.

Tale circuito differisce sensibilmente da quello maschile: mentre nei maschi gli stessi neuroni possono sostenere e sovrapporre comportamenti di sessualità e aggressività, nelle femmine queste sfere sono regolate da popolazioni neuronali distinte. Sebbene questo studio si basi su modelli murini e la generalizzazione all’essere umano richieda estrema cautela, tali evidenze potrebbero contribuire a spiegare perché la violenza sessuale risulti così sistematicamente legata al comportamento maschile, nel quale i circuiti della sessualità appaiono profondamente intrecciati, a livello neuronale, con quelli dell’aggressività fisica.

Tirocinante: Eleonora Virago

Tutor: Maurizio Leuzzi

Bibliografia.

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