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“Quando ho visto mia figlia per la prima volta non mi sono neanche commossa”.

 

Avere un bambino è un’esperienza incredibile per una donna, un momento vissuto come una specie di prodigio. In Italia se ne parla ancora poco ma la transizione alla vita di neo mamma durante e subito dopo il parto può diventare qualcosa di inaspettatamente terrificante, un incubo fatto ad occhi aperti dal quale ci si può svegliare soltanto quando la struttura sanitaria decide che è ora di tornare a casa.

Per lungo tempo è stata genericamente utilizzata l’espressione “abuso di cure” ma non basta a spiegare veramente ciò che è successo a molte donne in quei momenti: abuso fisico diretto (ad esempio una ragazza ha raccontato di essere stata costretta a rimanere in una determinata posizione mentre le spingevano sulla pancia con il gomito provocandole ulteriore dolore), abuso verbale, procedure mediche coercitive o non acconsentite, assenza di un reale consenso informato, mancanza di riservatezza e violazione della privacy, rifiuto di offrire un’adeguata terapia per il dolore, trascuratezza nell’assistenza al parto con complicazioni, donne abbandonate sole per ore nel reparto, atteggiamenti offensivi e denigratori.

Sono solo alcune tra le ingiustizie di quella che è stata chiaramente definitiva violenza ostetrica”, l’insieme dei soprusi fisici e psicologici che alcune donne subiscono durante l’esperienza del parto in tanti paesi del mondo, tra cui anche l’Italia. Mancanze di rispetto che riguardano la salute femminile sia nella scelta di diventare madri che, all’opposto, nel suo rifiuto.

La violenza ostetrica però non viene praticata dalle ostetriche come si potrebbe intuire dal nome, piuttosto si riferisce all’abuso che avviene nell’ambito generale delle cure ostetriche e ginecologiche che può essere posta in atto da tutti gli operatori sanitari che prestano assistenza alla donna e al neonato. Inoltre ​​non fa riferimento a situazioni in cui gli operatori sanitari agiscono deliberatamente per ferire o abusare, ma a situazioni di routine e non necessariamente d’emergenza. Ha dunque a che fare con l’imposizione di cure o pratiche alle donne senza il loro consenso, senza fornire adeguate informazioni e talvolta contro la volontà delle stesse.

Il termine è apparso per la prima volta nei paesi dell’America del sud quando gruppi di attiviste femministe hanno lottato per un miglior accesso delle donne alle cure. Negli anni duemila, grazie ad un sempre maggior riconoscimento della donna nel campo della sessualità e della riproduzione e la presa di coscienza riguardo alle falsità della neutralità delle procedure mediche, si è diffuso nei paesi anglosassoni e più di recente nel nostro paese e nel resto d’Europa. Nel 2014, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha denunciato come in tutto il mondo molte donne sono vittime di trattamenti profondamente umilianti in ospedale sottolineando che un numero crescente di studi sulle esperienze delle donne durante la gravidanza, e in particolare durante il parto, dà un quadro allarmante.

I dati emersi dalla prima ricerca nazionale italiana sulla violenza ostetrica “Doxa, le donne e il parto” portata avanti dall’impegno di OVOItalia (Osservatorio Violenza Ostetrica) riportano che dal 2003 ad oggi sono circa un milione le donne (21% del totale) che affermano di aver subito una qualche forma fisica o psicologica di violazione alla loro prima esperienza di maternità. Un altro 23% ha risposto di non esserne sicura.  Si, perché essendo una forma di violenza “invisibile” è difficile da riconoscere in primis per chi la subisce. Questi trattamenti, spiega l’OMS, non solo violano «il diritto delle donne ad un’assistenza sanitaria rispettosa», ma possono anche «minacciare il loro diritto alla vita, alla salute, all’integrità fisica e alla libertà da ogni forma di discriminazione». E continua, “si tratta infatti di atteggiamenti profondamente rappresentativi delle disuguaglianze di genere che possono essere descritti come forma invisibile della violenza contro le donne che, in questo caso, si verifica all’interno dei sistemi sanitari”.

La violenza invisibile è agita in maniera talmente sottile, in particolare quella verbale, che la vittima cade in un profondo stato di confusione mentale e impotenza in cui percepisce che qualcosa non va, percepisce di subire una ingiustizia ma non è sicura nel tracciare quel netto confine tra ciò che è bene e giustificabile e ciò che è male e intollerabile nonostante il corpo e la mente segnalino un forte malessere.

Spesso accade di diventare consapevoli di esperienza traumatica da abuso invisibile quando si entra in contatto con persone che hanno attraversato lo stesso calvario. L’informazione e la condivisione di esperienze simili sono i primi passi per tirar fuori la forza di reagire, di testimoniare e mettere a conoscenza di queste gravi situazioni l’opinione pubblica. Nel 2016 alcune associazioni italiane hanno ingrandito la campagna d’ informazione #bastatacere nata nel 1972 che ha dato vita a OVOItalia, la quale tutt’oggi si occupa di raccogliere dati sul fenomeno della violenza ostetrica e di sensibilizzare le istituzioni e la società civile. Questa iniziativa ha permesso a migliaia di donne di raccontarsi fino all’avvio dell’indagine Doxa estesa su tutto il territorio italiano.

I risultati indicano come la percezione di subire maltrattamenti è molto più alta in caso di cesarei non necessari, mancanza di un’efficace anestesia, assumere durante il travaglio la posizione standard invece di quella che si preferisce; altre procedure di emergenza come l’incisione chirurgica del perineo e della vagina per semplificare il parto (episiotomia), in cui manca una comunicazione sincera e aperta da parte dei medici sulle possibilità di scelta delle partorienti.

C’è chi si è dovuta sottoporre a interventi post-partum per ripristinare zone gravemente danneggiate e chi ha rischiato la vita a causa di manovre mediche ripetute e invasive. Ecco che è facile capire perché sia così difficile considerare la violenza ostetrica un serio problema: da una parte la mancanza di riconoscimento in generale verso le donne che testimoniano individualmente la loro esperienza traumatica, e dall’altra il fatto che alcune pratiche mediche sono legittimate collettivamente.

Il tema è dibattuto a livello internazionale: il 3 ottobre 2019 il Consiglio d’Europa ha adottato la prima risoluzione per il contrasto alla violenza ostetrica e ginecologica, invitando gli stati membri a disporre di meccanismi che diano il diritto di effettuare denunce e provvedere all’assistenza alle donne vittime. Anche l’Onu ha emanato il primo Rapporto sulla violenza ostetrica, che la inquadra come violazione dei diritti umani. In Italia, sul modello di paesi come Argentina, Venezuela e Portorico, nel 2016, era stata presentata una proposta di legge che avrebbe introdotto il reato di violenza ostetrica, ma con le ultime elezioni la proposta è decaduta, e chissà se mai verrà presentata di nuovo.

Al momento, uno strumento di tutela è il cosiddetto “piano del parto”, un documento che può essere proposto alla struttura sanitaria per accordarsi sulle richieste relative al momento del travaglio e del parto. Le attiviste hanno ripetuto svariate volte che le loro azioni non sono un attacco al personale sanitario, ma iniziative volte a far riconoscere un fenomeno che esiste ma non fuoriesce alla luce del sole, al fine di migliorare le pratiche di assistenza, perché l’esperienza del parto non sia soltanto sicura ma serena e gioiosa, nel pieno rispetto dei diritti della donna. La buona notizia è comunque quella di aver inquadrato la violenza ostetrica come violenza di genere che colpisce le donne in quanto donne.

Come ha testimoniato una delle vittime “il problema culturale con il quale noi ci confrontiamo è che è sufficiente sopravvivere al parto. Ma io non ritengo che chiedere di essere rispettata sia una richiesta così straordinaria da parte di una donna”.

 
Tirocinante: Lucrezia Renda

Tutor: Fabiana Salucci

 

Sitografia:

https://www.ilpost.it/2017/09/20/violenza-ostetrica/

https://www.osservatoriodiritti.it/2019/12/09/violenza-ostetrica/

https://www.vice.com/it/article/bj38gw/violenza-ostetrica-cosa-e

https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2018/05/24/news/violenza_ostetrica_per_un_milione_di_italiane_il_parto_diventa_un_trauma-196018698/

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