Negli anni Venti e Trenta del 1900, a Londra numerose operazioni di polizia irrompono nelle sale gremite di donne che interpretano Queenies e Kings, ovvero sia le dame che i cavalieri di solito presenti ad un ballo. Ed è a New York che i balli in drag diventano dei veri e propri eventi che attirano migliaia di persone, diventando un momento di coesione della comunità LGBT+. È proprio in queste occasioni che compare l’espressione “coming out”, che è l’appropriazione ironica della frase usata per riferirsi all’introduzione delle debuttanti in società, che era nota come “coming out in the society” (De Leo, 2021).
In quel contesto non si intende quindi l’atto di rivelare la propria identità di genere o il proprio orientamento sessuale, ma ci si riferisce al fatto di fare il proprio ingresso in una comunità visibile e popolata. Nella prima metà degli anni Trenta, finisce l’era della visibilità sociale culturale e politica della comunità LGBT+: in America inizia un periodo di maggiore censura, e in Europa, con l’avvio dei regimi neonazisti, si apre un periodo persecutorio dove si assiste alla cancellazione dello spazio mediatico e degli spazi urbani, aumentano gli arresti per omosessualità e le misure contro il cross dressing.
La vita sociale queer è dunque costretta a rifugiarsi nella clandestinità. Anni dopo, nella Germania nazista il controllo sociale è tale che, come ricordano alcuni testimoni, non era possibile trovare alcuno spazio di libertà. Queste nuove misure per contrastare l’omosessualità si muovono parallelamente con la sempre crescente pressione sulle donne, per ricondurle al ruolo di madri, attraverso la criminalizzazione dell’aborto e della contraccezione, specialmente per quelle donne che erano ritenute dal regime “razzialmente idonee” (De Leo, 2021). Per quanto riguarda l’Italia, la censura fascista sull’identità queer e sulla sessualità è severa, ma alcune rappresentazioni del lesbismo sono ancora in circolazione, come “Il pozzo della solitudine” di Marguerite Radclyffe Hall del 1928 e tradotto in italiano due anni dopo.
La Seconda guerra mondiale apporta allo stesso tempo il beneficio dell’allentamento delle norme per l’abbigliamento, che permette alla popolazione lesbica e queer di quegli anni, che faceva del modo di vestire un segno di riconoscimento, di avere occasioni di socializzazione più numerose (De Leo, 2021). Un evento particolare ripone l’omosessualità al centro dell’attenzione mediatica e politica degli Stati Uniti: la pubblicazione del saggio “Sexual Behavior in The Human Male”, noto anche come Rapporto Kinsey nel 1948, aveva presentato dei dati scioccanti per l’epoca riguardo alle relazioni omosessuali, che vengono presentate, nonostante invisibili, come onnipresenti. In seguito, si scatena un’atmosfera di allarme sociale e di tensione dovuta a questa consapevolezza che si acuisce con la controparte del saggio “Sexual Behaviour in The Human Female”, nonostante la stima dell’omosessualità femminile sia circa la metà rispetto a quella maschile.
Queste pubblicazioni sono così importanti (Bronski, 2012) perché mettono in crisi il binarismo che dominava gli orientamenti sessuali, in quanto Kinsey invita a considerare la sessualità come un range di possibilità. Ovviamente anche a seguito del rapporto Kinsey si inaspriscono le misure di repressione, come testimoniato dalla diffusione della nozione di “gay panic”, un’attenuante per chi, avendo commesso crimini ai danni di una persona del proprio sesso, riusciva a dimostrare che si trattasse di legittima difesa in risposta a un corteggiamento omosessuale. È bene sottolineare, che il dibattito pubblico che si riaccese per il rapporto Kinsey, non ebbe soltanto risvolti negativi. Infatti, si crearono anche più occasioni per le persone queer di parlare di sé attraverso strumenti nuovi (De Leo, 2021). In quegli anni l’attivismo omosessuale era particolarmente fervido e nell’aria c’era la sensazione che servisse solo aspettare il momento giusto per agire, momento che si paleserà nella protesta successiva al raid della polizia allo Stonewall Inn del 28 giugno 1969, che nell’immaginario collettivo segna l’inizio dei movimenti della storia LGBT+.
Durante quella notte la polizia fu costretta a rifugiarsi all’interno del locale a causa delle aggressioni ricevute dalla popolazione queer stanca di essere vessata e perseguitata. Inoltre, il dibattito politico punta i riflettori anche sulla sessualità femminile grazie ai movimenti femministi degli anni 70, in cui si introducono nuovi temi politici come il ruolo di genere e il piacere delle donne, che rivendicano tra le altre cose, il diritto all’aborto e alla contraccezione (De Leo, 2021). Dalla metà degli anni Settanta anche la comunità transgender deve riorganizzare il proprio attivismo e lo fa dandogli un’impostazione goal-oriented, con obiettivi il libero accesso alle terapie ormonali e chirurgiche e alla rettifica anagrafica sui documenti. La fine del millennio è segnata dall’impatto dell’epidemia di Hiv che colpisce particolarmente la comunità LGBT+ in quanto costituisce un elemento fortemente stigmatizzante.
La poca informazione e un approccio politico e sociale orientato nuovamente all’eterosessualità si manifestano nelle politiche insufficienti di contrasto e prevenzione dei governi. Come era già successo precedentemente, la situazione porta al ripensamento di strategie e rivendicazioni insieme all’elaborazione di nuovi linguaggi (Pulcinelli, 2017). È interessante notare come il lutto collettivo diede man forte alle discriminazioni: coming out forzati, perdita di diritti sulle case e su partner deceduti, sono tutti aspetti del quotidiano che misero in mostra ancor di più la fragilità della comunità omosessuale, che diventò ancora più infausta a causa del pregiudizio omofobico (De Leo, 2021).
All’inizio degli anni Novanta torna in scena il dibattito sul binarismo di genere grazie alla nuova luce che investe l’intersessualità all’interno della collettività LGBT+, in cui si ribadisce l’insufficienza del paradigma binario per descrivere l’anatomia umana e ci si batte affinché vengano soppressi gli interventi sui corpi intersex durante l’infanzia. Garantire l’autodeterminazione delle persone intersex significava riconoscere le mancanze del binarismo e permettere a una persona anche non intersessuale di collocarsi dove vuole nel continuum maschio/femmina, depatologizzando definitivamente il fenomeno.
Tirocinante Eleonora Strozzi
Tutor Fabiana Salucci
Bibliografia
Bronski, M., 2012, “A Queer History of the United States”, Beacon Press, Boston.
De Leo, M., 2021, “Queer: Storia culturale della comunità LGBT+”, Einaudi, Milano.
Pulcinelli, C., (2017), “AIDS. Breve storia di una malattia che ha cambiato il mondo”, Roma: Carocci Editore.



