in Devianza e Parafilie, Sexlog

Il disturbo esibizionistico consiste nell’esibire i propri genitali o organi sessuali pubblicamente a persone non consenzienti, spesso sconosciute e in situazioni inappropriate. Il termine “esibizionismo” fu introdotto per la prima volta nel 1884 dal medico francese Laségue, il quale descrisse il comportamento di alcuni uomini arrestati per oltraggio al pubblico pudore dopo aver esposto i propri genitali in pubblico. Questi individui tendevano a scegliere sempre gli stessi luoghi per le loro azioni, mentre le vittime non erano particolarmente definite e potevano includere bambini, donne o uomini.

Dal punto di vista diagnostico, il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5) classifica il disturbo esibizionistico come un disturbo parafilico, differenziandolo dalle semplici fantasie esibizionistiche, che non causano necessariamente sofferenza o danno agli altri. Per ricevere una diagnosi, è necessario che l’individuo abbia agito secondo questi impulsi con persone non consenzienti e che l’intensità delle sue fantasie e impulsi provochi un disagio clinicamente significativo.

Secondo alcuni studi (Abel e Rouleau, 1990; Mohr, Turner e Jerry, 1964), l’esordio del disturbo esibizionistico si colloca generalmente in un intervallo di età compreso tra i 15 e i 20 anni. L’esibizionismo può manifestarsi in modi più complessi e meno evidenti, e l’idea dell’esibizionista come un uomo che si spoglia all’improvviso è solo frutto di uno stereotipo socioculturale.

Il DSM-5 ha identificato due principali aree di rischio per questo disturbo: i fattori temperamentali e i fattori ambientali. I fattori temperamentali comprendono quei comportamenti nel passato dell’individuo che hanno rinforzato le fantasie e, di conseguenza, gli agiti esibizionistici. I fattori ambientali, invece, sono legati a esperienze di abusi sessuali e/o emotivi vissuti durante l’età evolutiva, così come a una forte ossessione per la sessualità o all’ipersessualità.

La prevalenza del disturbo nella popolazione generale è difficile da stimare, poiché molti individui non cercano aiuto o non vengono denunciati. Il DSM-5 indica una possibile prevalenza del 2-4% tra gli uomini, mentre per le donne i dati sono più incerti. Tuttavia, le innovazioni tecnologiche e la realtà virtuale hanno introdotto nuove forme di espressione sessuale, ampliando anche tra le donne comportamenti legati all’esibizione, come il sexting.

Il disturbo esibizionistico può essere spiegato attraverso due principali modelli teorici. Il primo, noto come courtship disorder, è stato sviluppato da Freund, Scher e Hucker nel 1983. L’ipotesi è fondata sull’assunto che alcuni comportamenti parafilici come il voyeurismo, il frotteurismo e la violenza sessuale sono basati sullo stesso disturbo esibizionistico.

Questi autori descrivono il corteggiamento umano come un processo articolato in quattro fasi fondamentali. La prima consiste nell’individuazione di un potenziale partner, seguita da una fase di interazione pre-tattile, caratterizzata da segnali non verbali come sorrisi, posture aperte e conversazioni. Successivamente, si passa all’interazione tattile, che include il contatto fisico, fino a culminare nell’unione genitale, ovvero il rapporto sessuale. Il courtship disorder si manifesta quando il naturale sviluppo di una di queste fasi viene interrotto o alterato, portando a comportamenti disfunzionali nel processo di corteggiamento.

Il secondo modello, quello delle sequenze multiple proposto da Ward e Siegert (2002), si concentra sui fattori psicologici, familiari, biologici e sociali, esplorando come questi possano aumentare la vulnerabilità di un individuo verso la devianza sessuale e verso schemi di tipo relazionale in linea con un deficit dell’intimità, emozioni inappropriate e distorsioni cognitive.

Il Disturbo Esibizionistico è spesso associato a comportamenti di sex offender e raramente trattato clinicamente come una caratteristica di espressione erotico-sessuale. I trattamenti si concentrano spesso su individui con comportamenti violenti, trascurando un approccio specifico per il comportamento esibizionistico. È fondamentale una valutazione accurata per identificare strategie riabilitative che prevengano le recidive. Le terapie di gruppo e individuali, lavorando sull’empatia e sulle relazioni interpersonali, sono utili, così come gli approcci cognitivo-comportamentali, che mirano a ristrutturare convinzioni distorte e a prevenire le recidive. Un approccio integrato risulta essere il più efficace nel trattamento di tale disturbo. L’approccio terapeutico deve essere individualizzato e mirato non solo alla riduzione dei comportamenti problematici, ma anche alla promozione del benessere psicologico e relazionale.

Tirocinante: Sara Ustino

Tutor: Maurizio Leuzzi

Bibliografia

  • American Psychiatric Association. (2014). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali: Quinta edizione (DSM-5). Raffaello Cortina Editore.
  • Cantelmi, T. (2019). Atipicità sessuale tecnomediata.
  • Quattrini, F. (2015). Parafilie e devianze. Psicologia e psicopatologia del comportamento sessuale atipico. Giunti Editore S.p.A.
Condividi

Lascia un commento