In una cultura sessuocentrica dominata dalla penetrazione come atto sessuale “completo”, l’intimità tra donne è spesso marginalizzata, erotizzata per uno sguardo maschile o banalizzata sotto forma di tenerezza asessuata. Questo riduzionismo non solo impoverisce la comprensione della sessualità umana, ma ha effetti concreti sulla salute psicologica, relazionale e sessuale delle donne lesbiche, contribuendo alla loro invisibilità e alla mancanza di strumenti clinici realmente inclusivi.
Nel contesto sanitario e terapeutico, le esperienze lesbiche risultano ancora oggi poco considerate, se non completamente escluse. Gli strumenti diagnostici e i modelli teorici più diffusi sono basati su parametri eteronormativi: il concetto di “attività sessuale” è spesso sinonimo di rapporto penetrativo con pene e vagina, lasciando fuori una vasta gamma di pratiche e significati che caratterizzano la sessualità tra donne. In molti setting clinici, le domande su “quante volte hai fatto sesso?” sottendono questa visione limitata, provocando disconnessione, senso di inadeguatezza o vergogna nelle pazienti lesbiche. Ciò contribuisce a un fenomeno che diversi studiosi hanno definito “invisibilità clinica”, in cui le donne lesbiche non subiscono discriminazioni aperte, ma non trovano uno spazio di ascolto realmente informato e accogliente. La conseguenza è duplice: da un lato molte donne evitano di parlare apertamente della propria sessualità; dall’altro, anche i professionisti possono non avere strumenti adeguati per comprendere o trattare eventuali difficoltà sessuali all’interno di relazioni omosessuali femminili.
Parallelamente alla dimensione clinica, anche l’immaginario collettivo risente di profonde distorsioni. La pornografia mainstream ha contribuito ad una rappresentazione ipersessualizzata e stereotipata della sessualità lesbica, costruita per soddisfare l’eccitazione dello sguardo maschile. Le relazioni tra donne vengono mostrate come performative, spesso svuotate di significato relazionale o affettivo, e ancorate a cliché che nulla hanno a che vedere con la realtà vissuta. Dall’altro lato dello spettro, nella cultura di massa più “generalista” si assiste ad un’opposta forma di invisibilizzazione: la sessualità lesbica viene ridotta a tenerezza romantica, privata di erotismo e desiderio. Questa dualità tra ipersessualizzazione da una parte e neutralizzazione dall’altra, crea un doppio vincolo che impedisce alle donne lesbiche di riconoscersi in modelli autentici, complessi, sfaccettati.
Tali rappresentazioni distorte incidono anche sulla costruzione identitaria e sulla consapevolezza del proprio desiderio. Molte giovani donne lesbiche, in assenza di modelli positivi o narrativi inclusivi, crescono con l’idea che la loro sessualità sia “mancante” o “inferiore” rispetto a quella eterosessuale.
Il mito secondo cui “non è vero sesso se non c’è penetrazione” è ancora profondamente radicato e può generare vissuti di insicurezza, difficoltà relazionali, o esperienze sessuali condizionate dalla pressione a conformarsi a pratiche ritenute “normali”.
Rompere i silenzi e decostruire questi stereotipi è un compito fondamentale per chi si occupa di sessuologia, educazione e salute mentale. È necessario un cambiamento paradigmatico che includa l’ascolto delle esperienze lesbiche senza ridurle né idealizzarle. La sessualità tra donne, come ogni altra forma di sessualità, è varia, complessa, attraversata da desideri, dubbi, insicurezze e scoperte. Riconoscerla come pienamente legittima significa non solo offrire spazi clinici più accoglienti, ma anche contribuire a un immaginario sociale più giusto, autentico e liberante.
Tirocinante: Veronica Pau
Tutor: Maurizio Leuzzi
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