Gli eterosessuali esistono? La fluidità sessuale

Qualche giorno fa mia nonna mi spiegava le avvincenti dinamiche relazionali di una soap che è solita seguire. «Questo è…» ha esordito.

Intuendo l’insicurezza ed evitandole a pie’ pari l’imbarazzo per l’uso di una terminologia colorita e potenzialmente offensiva, le sono venuta in aiuto: «Gay. Omosessuale?» ho suggerito, sicura della rappresentazione stereotipata del soggetto.

Con mio grande stupore, mia nonna allora mi ha chiesto: «E quelli che non sono gay… come si chiamano?».

«Eterosessuali», ho risposto, con semplicità. È sembrata molto confusa: non aveva mai sentito il termine eterosessuale prima di quel momento.

Stupirà forse sapere, come ha stupito me, che il termine eterosessualità è nato in tempi piuttosto recenti, e inizialmente fu coniato per definire quel comportamento sessuale tra uomo e donna non rivolto a fini procreativi, secondo un’ottica patologizzante.

È notorio che il concetto di normalità risulti piuttosto vago e artificioso in psicologia; questo è ancora più vero quando l’ambito che si decide di trattare è quello della sessualità, in tutte le sue concettualizzazioni: dall’identità all’orientamento e dalle fantasie alle pratiche. È tuttavia interessante notare, gettando un’occhiata all’origine del termine eterosessualità, come questa (presunta) normalità non avesse un nome prima del 1934, quando l’aggettivo morboso scomparve dalla definizione.

Nel ventunesimo secolo, siamo ormai tutti piuttosto avvezzi, nonostante la pluralità dei giudizi qualitativi, alle denominazioni dei vari orientamenti sessuali, che in epoca contemporanea sono stati organizzati all’interno di un continuum concettuale soprattutto grazie all’opera di Alfred Kinsey e dei suoi collaboratori, che hanno dato vita alla celebre Scala a 7 punti, dove 0 indica l’esclusiva eterosessualità e 6 l’esclusiva omosessualità, con tutte le “gradazioni” che è possibile identificare nello spazio fra i due poli.

Il Rapporto Kinsey degli anni ’40 e ’50 ha assunto un’importanza eccezionale non solo in ambito sessuologico, ma forse soprattutto in quella che era la visione sociale della sessualità: come il senno di poi suggerisce facilmente, la normalità sessuale, così come era definita dal senso comune dell’epoca (cioè l’eterosessualità astinente prima del matrimonio), non corrispondeva davvero ai dati che l’imponente ricerca mise effettivamente in luce.

Si direbbe che nel 2019 la sessualità non costituisca più un tabù, almeno in occidente, e che ormai ci resti ben poco da scoprire e da rivedere sui concetti e le terminologie in sessuologia. È tuttavia vero il contrario: la ricerca in sessuologia è solo agli inizi. Come brillantemente notato da Hunt & Hunt (2017) in una rassegna recente della letteratura, il passato ci lascia in eredità le conseguenze che l’oppressione sociale subita dagli omosessuali ha prodotto sulla ricerca scientifica in termini di metodologia e campionamento: abbiamo mosso solo i primi passi in un periodo storico condito di maggior accettazione e progressismo che è in grado di far emergere tutti quegli orientamenti (e comportamenti) sessuali ‘non convenzionali’ non registrati dagli studi dei decenni scorsi.

Soprattutto grazie al lavoro di Lisa Diamond è da diversi anni che negli studi sulla sessualità umana si è fatto strada il concetto di fluidità sessuale. Una veloce ricerca su Google permette a tutti di identificare il fenomeno come maggiormente collegato alle donne e ai giovani, figlio del nuovo millennio – quindi, si potrebbe pensare che si tratti di una moda contemporanea che ha più a che fare con la voglia di trasgressione che con un ‘autentico’ orientamento sessuale.

Il concetto di fluidità sessuale mette in discussione proprio il pilastro della contemporanea idea che ci si è fatti degli orientamenti sessuali: che le persone si differenzino in omosessuali ed eterosessuali (ed eventualmente bisessuali come piccola minoranza bistrattata da un capo e dall’altro), e che il modo in cui esse si definiscono riveli con esattezza la loro attrazione e il loro comportamento sessuale. Di fatto, dalla letteratura emerge una realtà molto diversa: che il momento della scelta davanti alle etichette che definiscono gli orientamenti sessuali porti ad un conflitto interno caratterizzato da confusione e apprensione, che il modo in cui le persone si auto-etichettano non corrisponde ai loro pattern di attrazione e comportamento sessuale, e che la stessa identificazione in un orientamento non rimane costante nel corso della vita.

A proposito di questo, sappiamo che gli uomini tendono più spesso a riferire un’identità omosessuale piuttosto che bisessuale, nonostante i loro comportamenti, ad identificarsi come eterosessuali pur avendo rapporti sessuali con altri uomini e a definirsi completamente omosessuali pur avendo avuto rapporti sessuali o aver desiderato avere rapporti sessuali con le donne. Sappiamo anche che le donne, dal canto loro, tendono più spesso a definirsi bisessuali rispetto agli uomini, e che il loro etichettamento rimane meno costante nel corso della vita.

Sembra, di fatto, che gli orientamenti sessuali secondo il continuum accettato e divenuto ‘nuova norma(lità)’ di eterosessualità-omosessualità sia insufficiente a descrivere e definire l’ampio spettro che la sessualità umana è in grado di coprire. Torniamo a Freud e al suo celebre “Siamo tutti potenzialmente bisessuali?”.

 

Tirocinante: Ambra Achilli

Tutor: Fabiana Salucci

 

Sitografia

https://it.wikipedia.org/wiki/Eterosessualit%C3%A0

https://it.wikipedia.org/wiki/Rapporto_Kinsey

Diamond L. (2013). Lisa Diamond on sexual fluidity of men and women. Retrieved from https://www.youtube.com/watch?v=m2rTHDOuUBw

 

Bibliografia

Hunt S. & Hunt E. (2018) Sexual Fluidity: An Integrative Review, European Scientific Journal, 14 (32).

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